Audax DIY 03-2018

Controllando il percorso della Randonnée delle Dolomiti di Brenta

Per il terzo appuntamento dell’ anno con la mia scalata al RRTY avevo in programma la mia Dolomiti di Brenta. Da organizzatore preferisco non pedalare il giorno dell’ evento (che sarà il prossimo 15 Aprile) mettendomi a disposizione dei partecipanti. Visto che volevo controllare che fosse tutto ok sul percorso, quale migliore occasione di farla per conto mio! Una volta inviata la traccia GPX che avrei seguito al responsabile dei brevetti DIY è giunto il momento di partire.

Primo giro tosto dell’ anno, il percorso presenta tre salite lunghe, di cui una fino a quota 1700mt. A marzo in montagna può ancora nevicare (infatti avevo già dovuto slittare di una settimana la partenza per via delle previsioni meteo) ma per oggi non dovrei avere problemi, se non una marcata escursione termica nelle prime ore della giornata.

Anche in bici ho un nuovo assetto da provare sulla distanza: sella e ruote nuovi. La prima, una Flite della Selle Italia, mentre per le ruote una coppia di Fulcrum Racing 0. Come bagaglio la solita frame-bag Apidura dove infilo qualche strato extra di abbigliamento, più un piccolo marsupio Camelback – recuperato dallo sgabuzzino dopo anni di inutilizzo – per tenere un po’ di carburante sotto forma di panini dolci e banane.

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Partenza ore 09:00, la mattinata è fresca ma con cielo sereno. In un’ ora circa sempre su pista ciclabile arrivo a Sarche, da dove la strada inizia a salire più decisa fino al lago di Molveno. Ad Andalo devo trovare dove fare un controllo, ma i bar presto chiuderanno per il riposo stagionale. Decido quindi che il primo controllo sarà a Spormaggiore, al Bar Posta, da dove la strada cambia direzione. Un modo in più per non sbagliarsi.

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Passata la ripida sezione di Maurina, percorro quella che chiamo la strada panoramica della Val di Non, 25km che mi portano prima a Cles, e dopo una breve discesa a Ponte Mostizzolo, crocevia importante che mette in comunicazione due valli, ma anche due randonnée: io oggi andrò a sinistra, in ciclabile, direzione Dimaro e Capo Carlo Magno. Per andare a destra invece occorre munirsi di coraggio, e prima di raggiungere Dimaro si affronteranno nell’ ordine Palade-Stelvio-Gavia-Tonale, per concludere sul mio stesso percorso odierno. E’ questo il Tour Brenta-Ortles ideato da Musseu alcuni anni fa….

Ritorniamo tra gli umani. 100km circa, 5 ore passate. Mangio qualcosa fermo all’ imbocco della ciclabile, il tempo si è guastato, non c’ è più quel bel cielo azzurro. Ho circa 15km per recuperare energie in vista della grande salita di giornata, il Passo Campo Carlo Magno. Da Dimaro sono 15km circa, che non mi sono mai andati troppo a genio, soprattutto la prima parte, la più dura, fino a Folgarida. E anche stavolta infatti…..

Scollino al passo sotto una leggera nevicata! Sulla discesa le nuvole che avvolgono il Brenta non mi permettono di vedere il panorama. A Pinzolo entro in ciclabile. Ho i crampi, devo fermarmi a fare un po’ di allungamenti; il giro è altimetricamente impegnativo e i muscoli ne stanno risentendo. Ma mi restano solo Stenico e il Ballino come salite e sono ottimista.

Stenico sarà luogo di controllo, oggi però ho poco tempo, sono in ritardo e mi fiondo giù a Ponte Arche. Da qui una facile salita mi condurrà al Passo Ballino, dove scollino verso le 19:00, e poi tutta discesa fino a casa!

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Per chi verrà ci vediamo Domenica, iscrizioni ancora per oggi (giovedì) a questo link:

https://www.audaxitalia.it/index.php?pg=calendario_brm_acp&org=127&obid=1016

Qua invece il link alla mia attività su Strava:

https://www.strava.com/activities/1473391111/overview

Solstizio d’ Inverno 4

Il mio primo Solstizio non pedalato.

A porte chiuse posso tirare le somme di questa quarta edizione, la prima-ahimè-che non pedalo. E’ stata dura decidere di non partire, ma il poter accogliere di persona tutti i partecipanti mi ha ripagato del sacrificio.

180 iscritti, 160 partenti, 159 finisher. Numeri che mai mi sarei aspettato 4 anni fa quando sono partito con questa idea che pareva bizzarra. E invece mi inizio a rendere conto solo ora della magia di questo percorso. Arco e i suoi mercatini di Natale, il lago di Garda che di notte ha tutto un altro aspetto, i paesi attraversati addobbati a festa per il Natale, le stelle, il freddo e una lunga notte, la più lunga dell’ anno (quasi).

Ma il Solstizio d’ Inverno perderebbe parte della magia se non ci foste voi che venite anche da lontano per parteciparvi. GRAZIE!

E un grazie speciale a chi mi ha aiutato quest’ anno: Fabio & Fabio, Alessio, Sandra, Olga, mia moglie Valentina, lo staff del bar “Ai Conti”, Carlo. Thanks!

Il Solstizio è una rando speciale e lo abbiamo dimostrato anche quest’ anno. Ci vediamo nel 2016 con qualche piccola novità!

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La mia seconda Parigi-Brest-Parigi

Per chi non lo sapesse è possibile scegliere tre diverse partenze alla Parigi-Brest-Parigi: 80, 84 e 90 ore. La classica è quella delle 90 ore (la mia nel 2011), quella scelta dalla maggior parte dei randonneurs. Si prende il via la domenica sera tra le 17 e le 20 e questo permette alla maggior parte dei concorrenti di portarsi avanti sulla tabella di marcia pedalando la prima notte filata. Le vedette delle 80 ore partono prima di tutti, alle 16. Questo fa si che i ciclisti che vogliono fare il tempo hanno la strada spianata, e almeno fino a Brest non incontrano nessuno. Solitamente gli appartenenti a questo gruppo chiudono la prova in 50/60 ore. Poi ci sono quelli delle 84 ore, con partenza il lunedì mattina alle 05:00. Sei ore in meno sul tempo massimo ma una notte in meno in sella. Quest’ anno ho voluto rischiare e ho preso il via con il numero Y122 (88h il mio tempo finale nel 2011). Tanto per rendervi conto dei partecipanti ai vari gruppi, i ciclisti erano divisi tot. numero uguale in base alle lettere dell’ alfabeto (una specie di griglia da granfondo):

  • A, B, C le 80 ore;
  • X, Y, Z le 84 ore;
  • D, E, F, G, H, I, J, K, L, M, N, O, P, Q, R, S, T, U, V le 90 ore!

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Sicuramente è stata un’ esperienza molto più intima di quella del 2011. Una PBP completamente diversa, ma non peggiore della “classica”. A mente fredda mi sento di dire che l’ ho preferita (appena arrivato pensavo il contrario). Check-in e ritiro documenti praticamente deserto, così come tutti i controlli; mai una coda per mangiare e/o dormire. Ovviamente bisogna essere preparati a pedalare per lunghe tratte (se non tutta la rando) da soli a patto di non essere tra i “veloci” che in pratica fanno i primi 600km senza fermarsi raggiungendo il gruppo delle 90 ore già il secondo giorno.

Per me è stata un’ edizione fortunata, senza grossi intoppi o crisi mistiche. Frutto forse dell’ esperienza accumulata negli ultimi anni che mi ha consentito di gestire al meglio il tempo a disposizione. Mi ero preparato una tabella di marcia da seguire che mi ha aiutato molto a gestire “la gara” e che sono riuscito grosso modo a rispettare con alcune piccole limate solo alle ore da dedicare al sonno (dove ero stato parecchio generoso). La pioggia l’ ultimo giorno ha rischiato di rovinarmi un po’ la festa, ma per fortuna il meteo è migliorato prima di arrivare a Parigi.

Il primo giorno passa praticamente indolore. La partenza delle 05:15 mi costringe ad una bella levataccia dato che devo percorrere i 10km albergo-partenza in bici. Alle 04:00 sono già in strada, comunque fresco di lunga dormita. La differenza con le 90 ore si palpa subito, in giro non c’ è nessuno, attraversiamo una Saint Quentin en Yvelines ancora addormentata.

Per fortuna le sensazioni di gamba sono buone, ne approfitterò per “portarmi avanti” sulla tabella di marcia: niente di glorioso, o particolarmente eroico oggi, la testa è proiettata alla distanza da compiere, andrò al risparmio sfruttando il più possibile i piccoli gruppetti. Wheelsucking a nastro, in particolare ai danesi, davvero forti (tra l’ altro mi riaffiora alla mente un ricordo della LEL quando proprio tre di loro mi aiutarono ad arrivare alla fine della prima già difficile giornata), e a una coppia di inglesi su bici montate Tiagra con bel borsone Carradice che spingevano anche loro non male. Più visti, a dimostrazione della mia teoria sul peso della bici.

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Sulla strada verso il primo controllo cerco il punto dove nel 2011 mi ero fermato a dormire ma non lo trovo, di giorno i paesaggi hanno tutto un altro aspetto. Ovviamente per confermare il fatto che se lasci i parafanghi a casa pioverà tra Mortagne e Villaines prendo il primo temporale, nulla di che ma quanto basta a bagnarmi i piedi. Arrivo a Villaines la Juhel in 8h:35, ottimo tempo per 220km, sono ampiamente sopra la tabella. Mi concedo una pausa un pelo più lunga (avevo preventivato soste alternate di 15′ e 30′ ai controlli del giorno 1, poi le successive sempre di 30′) e riparto dopo un meritato pranzo. Nota positiva delle 84h è l’ assenza di code ai controlli, in più il fatto di conoscerli già mi ha aiutato a non sprecare tempo. 10′ minuti persi ad ogni controllo moltiplicato per 18 controlli può fare la differenza tra terminare la prova entro il tempo limite o no.

Il resto della giornata scorre regolare, ai controlli riesco sempre a mangiare di gusto e in modo vario, tranne a quello scelto per il riposo notturno. Li strategicamente decido di non sacrificare nemmeno un minuto al sonno, quindi no cena, no doccia (ahimè!) ma diretto al dormitorio. Potrebbe sembrare un errore saltare un pasto, ma ho scelto di darmi dei ritmi “normali” e a questa PBP ha funzionato. Poi la mattina presto sosta obbligata alla prima boulangerie aperta.

Il giorno 1 finisce a Quedillac, non un controllo vero e proprio, ma un ravitaillement. 389km è una buona distanza, posso ritenermi soddisfatto e mi concedo 4 ore di sonno in un bel dormitorio semi deserto, meglio di un 4 stelle, e poi costa solo 3€!

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La ripartenza non è mai facile. Soprattutto sapendo che mi aspetta una delle giornate più dure di tutta la randonnée. Oggi c’ è il giro di boa a Brest ma le colline bretoni non si lasceranno conquistare tanto facilmente.

Fa un freddo cane, 8° circa. Per fortuna che mi sono portato anche la maglia pesante! All’ interno di una panetteria (caffè e due croissant) incontro i primi ciclisti delle 90 ore, sono già fuori tempo massimo. Scambio due battute con una ragazza infreddolita che si ferma qua, poi mi giro e mi accorgo di un altro che si sta schiacciando un sonnellino nell’ angolo dietro la porta.

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Riparto insieme ad un tedesco in calzoncini corti, una bestia da 100kg che in pianura mena come Cancellara pur di scaldarsi. Lo lascio andare e mi godo un’ alba meravigliosa circondato dalla nebbia mattutina.

Più mi avvicino all’ Oceano e più randagi incontro, ma nel verso opposto al mio. Io seguo ancora le frecce per Brest, loro per Paris.

Sul Roc Trevezel mi fermo per la foto di rito in cima al colle (che un colle non è; da buon centocollista per un attimo mi è balenato per la testa di andare a farmi il Col de Tredudon li vicino ma ho subito cambiato idea quando ho visto che mancavano ancora più di 50km a Brest!). Tutto un’ altro clima rispetto al 2011, c’ è vento ma in compenso si ha una bella vista tutt’ intorno. Sulla lunga discesa incontro la maggior parte del gruppo delle 90 ore in senso inverso al mio, compreso Alex, mio compagno di squadra che corre con la fissa. Un po’ di problemi vari per lui ma ha la pellaccia dura e arriverà comunque al traguardo. Una volta passati tutti la strada torna semi-deserta, solo qualche sporadico incontro. Ma tanto per ribadire che il mondo rando è piccolo prima di Brest mi ritrovo con Justin Jones, ciclista di spicco del panorama Fixed (tra le altre cose una 1001 miglia in fissa) conosciuto durante l’ ultima tappa della PBP nel 2011. Condividiamo questi chilometri fino all’ Oceano e la sua caotica e poco attraente Brest che sembra non arrivare mai. Ci ri-incontreremo ancora fino a Parigi ma solo ai controlli e per una birra finale.

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Soliti 30′ di pausa e sono in strada, il Roc mi aspetta di nuovo. Come nel 2011 questo versante passa indolore, rimonto parecchi ciclisti prima di scollinare. Mi stupisco di quanta gente è ancora sulle strade per incoraggiarci; passo vicino a un uomo qui apposta per noi, applaude e mi dice il solito “Bon courage!”. Rifletto sulla passione del ciclismo, mia e di queste persone, e mi rendo conto che sto facendo qualcosa di grande nel mio piccolo mondo. Quasi mi commuovo, sarà la stanchezza?

Quando arrivo a Charaix (controllo numero 10 della mia tabella, km 698) sono le 22:00 passate: i viveri al self-service sono praticamente terminati, mi viene comunque offerta un’ ottima zuppa bollente di legumi che è quanto mi basta per andare avanti, di più comunque a quest’ ora non avrei preso. I piani erano di dormire a Loudéac, ma vista l’ ora decido di fermarmi al ravitaillement di St. Nicolas du Pelem, 46km prima. 3 ore di sonno intenso, peccato per la mancanza di coperte, ovviata su richiesta con fornitura doppia di lenzuolo. L’ ambiente era comunque caldo abbastanza. Prima di partire solito rito, bagno, pulizia, crema e vestizione, e alle 05:00 sono pronto per un’ altra giornata in sella. Piccola nota positiva, i risvegli notturni di questa PBP sono meno traumatici rispetto a quelli vissuti precedentemente su distanze di questo genere.

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La terza giornata viaggio praticamente da solo tutto il tempo, solo ai controlli incontro altri ciclisti: i segni della fatica e della privazione di sonno diventano una costante tra le facce incrociate. Io mi sento e mi vedo bene, e il fatto mi tira su il morale. E’ bello ritrovare nei luoghi attraversati i ricordi del 2011; un caffè preso in un determinato bar, una sosta fatta a bordo strada, un piccolo negozio, e vedere che poco o niente è cambiato. Una buona baguette presa in un determinato posto è una cosa che si scorda difficilmente. Tanto per ritornare in tema stanchezza, ad un certo punto in un paesino di campagna scorgo appoggiata ad un muro una bellissima Mercian da donna. Anche se sono restio a soste di questo tipo (time is miles) decido di farle una foto, ed in meno di un secondo mi trovo infilato in una situazione tanto surreale quanto tipica da PBP. Il proprietario della bici (e già rimango stupito, mi aspettavo una donna!), un gigante scandinavo che sembra uscito da un film di George Romero e che non parla una parola ne di inglese, ne di francese, se ne sta immobile all’ interno del giardino di una povera nonna spaventata a morte per la presenza dell’ intruso, con la vicina di casa che tenta in tutti i modi di spiegargli di uscire e che non può fare il suo pisolino nel verde prato da lui scelto (e per questo gli offre il divano di casa sua, bontà francese per i ciclisti della PBP ma pazza scatenata aggiungo io!). A questo punto provo a fare da intermediario con scarsi risultati, sono pur stanco anch’ io d’ altronde, e così alla fine mollo tutti nel loro brodo e me ne vado. Senza neanche la foto.

Prima che me ne accorga è sera di nuovo, e questo significa una sola cosa: ultima notte!

Poco prima delle 22:00 sono di nuovo a Villaines; avrei voluto dormire a Mortagne, 80km più avanti, ma partire adesso così stanco non mi alletta proprio. Penso non sarebbe neanche sicuro vista la stanchezza, una sosta sonno qui mi darà le forze per completare la prova. In dieci minuti sono a letto, tempo di chiudere gli occhi e mi addormento.

C’ è un momento nelle randonnée dove il divertimento passa in secondo piano e bisogna stringere i denti, il fattore mentale diventa predominante. Un punto in cui bisogna superare i propri limiti, andare oltre la propria zona di comfort conosciuta e prendersi qualche rischio, fa parte del gioco. L’ ultima notte in una prova di 1200km è spesso uno di questi momenti.

01:30, suona la sveglia. Inizia una lunga giornata. Ormai il gruppo è andato, il villaggio ha un che di desolante senza nessuno a fare il tifo a bordo strada. Mi allontano dalla sicurezza del centro cittadino infilandomi in quel tunnel buio, freddo e umido che è questa notte della Loira.

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“Courage cyclistes, Paris est à l’ horizon”. Mi viene in mente solo questa frase letta su uno striscione da qualche parte quando passo in fianco ad una pietra miliare illuminata: 177km ed è fatta, coraggio ciclisti, Parigi è all’ orizzonte. Poco dopo mi imbatto in uno pseudo controllo abusivo dove mi ero già fermato nel 2011, un piccolo supermarket aperto tutta notte. Bevo una tazza di caffè bollente e mangio qualche biscotto al cioccolato in compagnia di un giapponese (che si addormenta di fronte a me dopo aver ingurgitato una mega fetta di cocomero) e di una coppia di inglesi su un trike.

Durante queste lunghe, eterne notti, basta una piccola luce in lontananza di un altro ciclista a darti sicurezza; così, quando tra una collina e l’ altra mi accorgo che chi mi stava seguendo non si vede più, vado per la prima volta nel panico. Avrò sbagliato strada? Sarebbe tremendo, non ho nessuna voglia a questo punto di farmi chilometri extra. Tiro fuori il roadbook per la prima volta da quando sono partito e il gps del telefono mi conferma che sono sulla retta via. Poco dopo una freccia catarifrangente del percorso si illumina al mio passaggio togliendo ogni dubbio.

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Con l’ ultima alba di questo lungo viaggio arrivano le crisi di sonno, quelle vere, a chi non è riuscito a dormire abbastanza pur di spingersi fino a qua nel tempo limite. Siamo sul filo del rasoio per chi ha scelto le 90 ore e lungo la strada inizia a ripetersi lo scenario già vissuto 4 anni fa: la Parigi-Brest-Parigi adesso chiede il conto a chi non si è preparato a dovere, o ha gestito male la corsa, e lo chiede sotto forma di riposo. Il corpo non riesce più a stare al passo della mente e per correre al riparo i ciclisti sono costretti a fermarsi ovunque, anche nei posti meno consoni, come il ciglio della strada (ricordo che le randonnée si svolgono su strade aperte al traffico). Una macchina dell’ organizzazione fa la spola avanti e indietro per accertarsi della salute di queste lanterne rouge ed eventualmente decidere per loro il da farsi: il ritiro in questo caso non è un opzione. La situazione non è bella a vedersi, un lato poco piacevole della PBP. Ah già, mi sono scordato di dire che nel frattempo si è messo a piovere, e non poco. Quella pioggia che dopo pochi minuti ti ritrovi zuppo dalla testa ai piedi. Ma come disse una volta un amico, arrivato a questo punto dovrebbero spezzarmi entrambe le gambe per non farmi arrivare alla fine, quindi si continua.

Dreux, ultimo avamposto prima di potere mettere la parola fine a quest’ avventura. Faccio partire il cronometro per l’ ultima volta, mezz’ ora di pausa e poi via per il rush finale, non prima di una breve tappa al self-service. Un piatto di lasagne e una coca dovrebbero bastare a fornirmi le energie necessarie a coprire questi ultimi 60km.

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Esce il sole, è previsto un arrivo trionfale. I lunghi rettilinei nelle campagne dell’ ultima tappa me li ricordavo bene, ma oggi la gamba è diversa, tutta un’ altra storia. 50 fisso e giù a menare, senza accorgermene cavo di ruota il piccolo gruppo che si era formato. Ultimo ostacolo, quella stramaledetta collina con pendenze a doppia cifra nella foresta di Rambouillet che fa davvero male. In cima giusto il tempo di approfittare di una gentile persona che ha portato del plumcake fatto in casa e proseguo. Ormai è iniziato il conto alla rovescia; gli ultimi chilometri sono diversi, mi ricordavo una fila infinita di semafori per girare intorno a Saint Quentin en Yvelines, invece stavolta prendiamo una bella pista ciclabile. Un po’ meno spettacolare (meno persone ad applaudire) ma decisamente meno rognosa del traffico cittadino. Poi dietro una curva ecco la folla, gente ovunque che mi incita, il velodromo è in vista, passo sull’ ultimo tappetino magnetico per il rilevamento del tempo e vado a parcheggiare la bici. Ce l’ ho fatta anche questa volta! Mi faccio scattare una foto e poi vado a timbrare il cartellino, e parte il giro di telefonate.

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400km Castelfranco Emilia, si va a Parigi!

Mettere in tasca i due più grandi brevetti Audax di qualifica (600 e 400) in una sola settimana è stata dura ma rappresenta un bel traguardo personale. Calcolando le varie tribolazioni fisiche avute poi, il successo segna il fatto che la testa c’è e una piccola iniezione di autostima in vista della prova transalpina non può che farmi bene. Eh già, iscrizione fatta. Salvo cause di forza maggiore sarò al via per la mia seconda Parigi-Brest-Parigi.

Come dicevo completare 1000km un week-end dopo l’ altro non è stato facile, soprattutto a livello fisico. Il 600 di Rapolano Terme ha lasciato tracce nonostante non abbia toccato la bici nei giorni infrasettimanali intercorsi tra le due prove: al via del 400 di Castelfranco sentivo di non essere al 100%. Tutta la parte alta del corpo stanca e un fastidioso intorpidimento alle mani (che ancora non è passato, e siamo a Luglio) non facevano ben sperare. Per fortuna con un po’ di esperienza e soprattutto con la voglia di farcela è andato tutto bene, o quasi.

IMG_4080Partenza mattutina. Per un 400km insolita, ma a Castelfranco si poteva scegliere anche per un percorso da 600km, ecco il perché. Meglio comunque per me, tanto le partenze notturne le digerisco poco. E forse altrimenti non ce l ‘avrei fatta.

Dopo una giornata sulle strade emiliane che molti definiscono calda (non quelli che sono stati a Rapolano la settimana prima!) mi ritrovo con un problema mai avuto che rischia di compromettere la riuscita del brevetto. Sempre di sottosella si tratta, ma questa volta invece che avere male alle ossa ischiatiche (ho montato una sella più larga questa volta, la SMP Dynamic) ho un problema da sfregamento causato dai calzoncini nella zona inguinale. La cosa si fa seria a partire dai 200km circa, dopo il controllo di Mongardino ormai mi rendo conto di non riuscire più a forzare sui pedali stando seduto in sella. Mi si sta formando una piaga all’ interno della gamba e ogni colpo di pedale è una rasoiata.

A San Vito l’ accoglienza mi tira un po’ su il morale, spalmo un po’ di crema Assos e provo a stringere i denti. L’ obbiettivo ormai è raggiungere il controllo dei 300km in gruppo, poi deciderò il da farsi.

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Cala la sera, ogni strappetto che la strada propone è un piccolo calvario personale, ma i ragazzi mi aspettano e così nonostante tutto mantengo una buona media che mi consentirà di avere un buon margine di recupero giunto a Roncolo di Quattrocastella al controllo. Per fortuna davanti a una farmacia (chiusa) trovo un distributore di medicine 24/24 così mi fermo e compro dei cerotti imbevuti di disinfettante, saranno la mia salvezza.

Arriviamo all’ albergo Barabba (300km) alle 23:30 circa, saluto gli altri e senza pensarci due volte prendo una camera. Ho un ampio margine di tempo e se voglio arrivare alla fine devo concedere al mio corpo riposo da questo supplizio che mi infastidisce ormai da troppe ore. Sotto la doccia mi accorgo che la situazione è quasi peggio del previsto, la piaga è grande come una moneta da 2€ e spessa 1cm, piena di siero. Mi butto nel letto senza medicarla per farla respirare e mi addormento subito; dormirò 5 ore, lusso che raramente mi sono concesso in una rando. Al mio risveglio con piacevole sorpresa mi accorgo che è scoppiata da sola durante il sonno! Faccio la medicazione e dopo una breve colazione improvvisata alle 05:00 sono in strada con ancora otto ore di tempo per completare i 100km mancanti.

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Giungerò a Castelfranco in mattinata da solo, probabilmente tra gli ultimi del 400 ma incredibilmente fresco e riposato (ferita a parte che comunque va molto meglio). La strategia alla fine ha pagato.

Grazie a Carmine, Umberto e gli altri del nostro gruppetto del giorno 1 e anche agli organizzatori per aver piazzato quel controllo strategico presso un albergo, altrimenti dubito che avrei concluso la prova.

Una nota la devo fare ai tanti che ho visto tagliare il percorso prendendo la strada più breve che dal controllo dei 300 portava a Modena. Ne abbiamo visti parecchi la sera mentre arrivavamo e ne ho trovato un altro la mattina quando sono ripartito che mi ha detto testuali parole quando gli ho fatto notare che si andava a destra dal controllo e non a sinistra (usciva come me da una camera): “Sono sfinito, ho messo sul Garmin la strada più breve verso Modena e seguo quella”. Ci sta, se ti sei ritirato. Spero solo che tutte queste persone non abbiano ritenuto valida la loro prova e quindi non abbiano richiesto l’ omologazione perché loro la prova non l’ hanno completata! Anche se si trattasse di 5km in meno. E con questo finisco la polemica (e ne ho visti altri anche a Rapolano, della serie predicare bene e poi….)

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Randonnée delle acque (e del vento!), 200km ACP

Nonostante avessi già in tasca la qualifica di 200km per la Parigi-Brest-Parigi guadagnata con il Solstizio d’ Inverno, per dare un minimo di continuità alla preparazione e per evitare di saltare direttamente a 300km mi sono concesso una domenica libera da passare sui pedali. Le alternative erano due: il brevetto di Bergamo organizzato dal Team Testa o quello di Oderzo organizzato da Randosauro. Nonostante fossi più propenso a quello di Bergamo per vicinanza e percorso che ritenevo più interessante (ma su questo mi sbagliavo), alla fine le previsioni di pioggia per la zona di nord-ovest mi hanno fatto ripiegare sul Veneto. E poi a dirla tutta l’ idea di arrivare al mare in bici mi attirava.

Dopo una notte praticamente insonne (il piccolo rovescio della medaglia dell’ essere diventatò papà per la seconda volta!) alle 05:00 parto con il mio furgone in direzione Piavon di Oderzo. Mi aspettano due ore e mezza di viaggio durante il quale ne approfitterò per fare un’ abbondante colazione al volante a base di cereali/muesli/succo d’ arancia preparati a priori.

Alle 07:30 sono a destinazione in perfetta tabella di marcia. Parcheggio e vado a ritirare i documenti; c’ è una bella ressa, mi metto in coda tranquillo e aspetto il mio turno. La partenza è come sempre alla francese, dalle 08:00 alle 09:00, e tra una chiacchera e l’ altra con i vari randagi presenti si fanno le 08:45 prima che riesca a partire anch’ io. Come sempre mi metto in marcia da solo, regola n° 1 di oggi non forzare, d’ altronde è dal Solstizio che non mi faccio un lungo serio e 200km sono sempre 200km anche se pianeggianti.

Oggi prove tecniche col GPS, anche se non ho quello cartografico il mio Garmin 510 mi fa comunque vedere la traccia caricata e risulterà comodo più volte nell’ arco della giornata per darmi conferma di non essere fuori rotta. Ho anche il road-book ben fissato al manubrio nonostante il percorso sia completamente frecciato a terra.

Dopo i primi chilometri mi levo lo spolverino e non lo rimetterò più, la giornata è perfetta per pedalare, con il passare dei minuti la temperatura aumenta fino a raggiungere i 13/14°. Sono vestito ancora semi-invernale, ma la scelta è stata azzeccata: pantalone lungo, maglia intima merinos m/corta più maglia m/lunga antivento, calze media pesantezza, guanti/berretto/scaldacollo/copriscarpe tutti intermedi.

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Avrebbero anche potuto chiamarla randonnée del vento, e il fatto mi preoccupa parecchio. I primi 50km saranno i più duri di tutto il percorso: arrivare a Caorle mi costerà molte energie. Le mie caratteristiche fisiche mi fanno sempre soffrire parecchio col vento, nonostante ci sia abituato. Comunque vedere il mare mi tira sù il morale, mi fermo per fare uno scatto e mangiare qualcosa.

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Poco dopo incontro il primo controllo segreto: ad aspettarci l’ organizzatore preso d’ assalto per un timbro. C’ è anche qualcosa da mangiare, ne approfitto per prendere un panino al formaggio che mangerò poco dopo. Soste brevi ai controlli, altra regola per non perdere troppo tempo.

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Trenta chilometri circa e c’ è un altro controllo, il secondo e sempre segreto. Anche qui un bel ristoro, ad aspettare i randagi due persone dello staff e un ricco buffet. Saranno gli zuccheri presi, sarà che finalmente il percorso gira nella direzione del vento, ma quando riparto macino chilometri che è un piacere. Le strade sono sempre a basso scorrimento veicolare, e tra un’ occhiata al road-book ed una al panorama non mi annoio di certo. Navigo sulla mia bici d’ acciaio su terreni inesplorati, tra corsi d’ acqua e campi coltivati, pianure desolate e orizzonti lontani, alla scoperta del “far east” italiano.

A S. Vito al Tagliamento siamo già in Friuli da una ventina di chilometri; c’ è un controllo alla stazione dei treni, idea geniale a cui non avevo mai pensato. Si fa timbrare un cartoncino alle macchinette della stazione a riprova del proprio passaggio.

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Sono le 13:30, 122km fatti, ne restano 80. Quando riparto vengo raggiunto da Enrico e Noemi, una coppia di ragazzi alla loro prima esperienza rando che già conosco bene. Mi faranno compagnia fino al traguardo di Piavon, facendo volare via gli ultimi chilometri senza fatica (tirava sempre Enrico!).

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Alle 16:45 siamo a destinazione, 8 ore in sella, ho male un po’ ovunque ma sono soddisfatto di come è andata la giornata. Salto il pasta-party affollato e mi dirigo in fretta a casa che la family mi aspetta. 500km di macchina tra andata e ritorno per farne 200 in bici ma ne è valsa la pena. Gran bel giro, belle strade e bel tempo soprattutto, da rifare. E anche ottima organizzazione quella di ASD Randosauro, nonostante un po’ di caos alla partenza mi stupisco sempre di cosa gli organizzatori riescano a tirare fuori dal cilindro con una quota d’ iscrizione di €10,00. W le randonnée.

Ora la testa vola già ad Aprile al 300km, tempo di provare nuovi assetti…

Alla ricerca della bici perfetta da randonnée

Iniziamo subito dicendo che la bici perfetta da randonnée non esiste. O meglio, esiste la bicicletta perfetta per noi, quella che più ci piace e che sentiamo “giusta”, questo si, a prescindere da quello che ci faremo poi una volta montati  in sella. Ecco perchè se si va a fare un brevetto Audax se ne vedono di tutti i colori, tecnicamente parlando in merito alle soluzioni che i singoli ciclisti adottano nel percorrere le lunghe distanze.

In questi ultimi anni ho fatto più cambi di biciclette che randonnée. Ho creato un album su Flickr giusto per vedere quante erano: alla fine contando anche le MTB sono arrivato a 16/17 senza calcolare le varie “versioni”, un numero fuori del comune e insensato. Il mio lavoro mi ha “aiutato” in questa pazzia: potevo sperimentare il più possibile grazie all’ acquisto ad un prezzo agevolato senza poi rimetterci troppi soldi una volta rivendute (comunque ne ho spesi gran tanti!!). Così facendo però, e con un pizzico di dispiacere, non sono mai riuscito ad avere una bicicletta che presentasse segni di vita vissuta sulla strada, quella patina che i francesi ben esprimono con il termine beausage.

La lunga pausa forzata per via della rottura della clavicola (in pratica tre mesi) mi ha fatto pensare parecchio su quello che sarebbe stato il mio futuro ciclistico e non solo. Tra tutti gli articoli letti sul web uno in particolare mi ha colpito e mi ha fatto riflettere sul mondo Audax. Questo ciclista (di cui purtroppo non ricordo la fonte) raccontava di come non fosse per niente un tecnico della bici e di quanto questo fosse un bene per lui. Acquistando una bicicletta molto semplice ma affidabile (diciamo intorno ai 1000€/1500€ di spesa) e non conoscendo praticamente nulla di componentistica, non si crucciava di cosa fosse meglio o magari più leggero o più “esoterico”, e ne andava fiero in quanto tutto questo tempo passato a pensare/cercare/acquistare/cambiare/smontare ecc. sarebbe stato tempo sottratto al gesto di pedalare, quello che a tutti gli effetti è il nostro fine, pedalare. La bici è il mezzo per raggiungere lo scopo, stare in sella e pedalare all’ aria aperta.

Il mondo Audax a dispetto di quello che alcuni vogliono farci credere con le varie etichette “Extreme” ecc. che vanno tanto di moda oggi e che fanno più male che bene a mio avviso, è un mondo per non-atleti. Non bisogna essere un fenomeno sportivo per fare la Parigi-Brest-Parigi (e soprattutto non serve una bici da 5000€): mi ricordo proprio quando ho iniziato, mi sentivo uno scarso in bicicletta (e probabilmente lo sono ancora!) e il mondo delle randonnée con la sua media minima di percorrenza di 13-15kmh mi sembrava alla portata mia e di tutti, e così è. Qui serve passione e voglia di stare in sella, stop. Certo, bisogna essere preparati, ma si tratta di una preparazione a 360° più che fisica. Ma è un altro discorso, sto divagando.

Ritornando in argomento bici, ecco perchè ho messo tutto in vendita. Sia la Colnago che la Mercian hanno uno spirito troppo race per me ora (in più avevo scelto per entrambe una taglia piccola proprio per un uso agonistico che ora non mi interessa più. Se interessati sulla taglia giusta da scegliere per una bici consiglio questo articolo). Non voglio più che la bici in sè mi stressi e ho già fatto la mia scelta, appena monetizzo con una delle due in vendita arriverà la sostituta, economica, affidabile e della giusta misura per quello che deve fare. Il tempo da dedicarle sarà sempre meno, in una scala dove la famiglia è sempre al primo posto, e quindi non voglio perderne altro in sofisticazioni ciclistiche. Spero e sono convinto che sia la strada giusta da seguire, vediamo se proprio la strada mi darà ragione e se riuscirò a convincere qualcuno di questa idea 😉

Senza esagerare eh?

49Velo_Patrick