Randonnée del Solstizio d’ Inverno 2018

Sono già passati sette anni da quando mi venne l’ idea di portare in Italia questa manifestazione sbirciata in un video dei Seattle Randonneurs. Scoprii in seguito che la pedalata del Solstizio d’ Inverno è da sempre popolare tra i randagi di tutto il mondo: in Inghilterra ad esempio, dove il movimento Audax ha una lunga tradizione, parliamo di una prima edizione notturna verso la fine degli anni ottanta a cui presero parte tre membri dell’ AUK, i quali incontrarono condizioni proibitive (una bella nevicata e tanto ghiaccio per le strade). Da li’ in poi la organizzarono di giorno, e a tutti’ oggi gode di una certa popolarità.

Ma le presenze che facciamo noi (e me ne vanto, posso?) non le fa nessuno. Un commento di Sara su un post di Instagram diceva: “… come faccia Fabio a convincere tanta gente a pedalare di notte, al freddo rimarrà un mistero…” e in effetti il mistero c’è. O meglio, il merito non è mio, che faccio ben poco a livello di servizi. La magia sta nel luogo: Arco vestita a festa con i suoi mercatini di Natale, il nostro Lago di Garda, le mille luci nei paesi attraversati, il freddo, la condivisione di qualcosa di unico nel suo genere, e perché no, la gente sulle strade che ormai inizia a sapere del nostro passaggio. Mettici anche l’ internazionalità dell’ evento (con partecipanti da Austria, Germania e Svizzera, oltre al Bel paese rappresentato quasi per intero) e il gioco è fatto. Se poi come quest’ anno trovi la luna piena che ti concede di vedere le montagne in Valle del Sarca come fosse giorno, beh….lo dovete proprio vedere.

Una cosa è certa però, se non ci fossero quelle poche persone a darmi una mano non ce la farei. Quindi ringrazio tutti quelli che mi hanno aiutato anche se in minima parte, senza di voi la Randonnée del Solstizio d’ Inverno non sarebbe possibile.

Vi aspetto tutti nel 2019, pronti a vivere di nuovo la notte magica del Solstizio d’ Inverno in sella ad una bicicletta.

ps un saluto particolare a Stefano che è stato vittima di una caduta fratturandosi una scapola. Buona guarigione e se decidi di venire sarai nostro ospite l’ anno prossimo!

foto @cascada.cc, l’ album completo lo trovate qua https://www.facebook.com/cascada.cc/

Audax DIY 01-2018

Tra i buoni propositi del 2018 c’ è quello di completare il Randonneur Round The Year o RRTY, challenge iniziato lo scorso anno ma che purtroppo non sono riuscito a terminare. Si tratta “semplicemente” di portare a termine almeno un brevetto da 200km al mese per un anno intero.

Va da se che i mesi invernali sono quelli più duri e credo che con quello fatto oggi il più difficile me lo sono messo alle spalle, forse.

La sveglia suona alle sei, tutti dormono. Quando alzo la tapparella della sala per fare entrare Leo – il nostro gatto – mi accorgo con dispiacere che il giardino è tutto bagnato. A dire la verità sta proprio piovendo. In una giornata normale avrei  chiuso la finestra e me ne sarei tornato a letto. Oggi no. Anche se solo in maniera virtuale sono iscritto ad un brevetto da 200km. Non ci sarà nessuno ad aspettarmi alla partenza o all’ arrivo, no, il percorso è frutto della mia immaginazione: preparato sul pc con Openrunner è stato inviato all’ organizzatore dell’ Audax UK che se ne occupa e che controllerà la mia traccia GPS a giro concluso per approvarla e omologarla.

Dopo aver fatto colazione mi vesto, porto con me qualche capo in più che infilerò nella frame-bag (guanti di ricambio, una giacca impermeabile e un gilet termico) e scendo in garage a prendere la bici. Poco dopo le 07:00 sono in strada, ancora al buio. L’ asfalto è bagnato ma non piove. Supero il centro di Arco semi deserto in questo sabato festivo e mi dirigo verso il Garda approfittando delle luci cittadine per risparmiare le batterie della lampada “buona”, un led lampeggiante per ora mi basta. C’ è sempre il rischio di terminare al buio con un giro da 200km invernale, meglio usarle con cautela.

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Il percorso inizia con il lato della Gardesana Occidentale, che anche se presenta le gallerie più lunghe e strette è il mio versante preferito; molto più vario, dinamico e selvaggio, non mi annoia mai. Le macchine che mi superano sono poche e provo a non pensare alla distanza che ho davanti da percorrere. La sensazione non è delle migliori, stanotte ho dormito poco e male, e so che di sicuro oggi ci sarà da soffrire. Ma so anche che fatta questa le altre saranno più facili, la prima volta è sempre la peggiore.

Finite le gallerie inizia la pioggia: sulla discesa verso Gargnano viene giù sostenuta, così anticipo la pausa colazione che di solito faccio dopo Salò. Quando esco dal bar il vento si è portato via il grosso, rimane qualche gocciolina che a tratti mi accompagnerà per tutta la giornata. Mi rimetto in marcia senza vestirmi ulteriormente, sono un po’ umido ma già a Toscolano Maderno il corpo si è riscaldato. Il primo controllo sarebbe a Portese, al km55, ma visto che la sosta l’ ho già fatta mi porto avanti e non mi fermo ulteriormente; non servono timbri in questo caso, basterà la traccia GPS.

Passo dalle “mie” stradine, quelle che ho scoperto nella tracciatura del Solstizio d’ Inverno: è uno dei momenti più interessanti del giro del lago, mi toglie un po’ dal traffico passando da piccoli paesi. A Solarolo il Garmin mi fa un regalo: scopro il “Keutenberg del Garda” o così chiamato su Strava. Un vero e proprio muro che mi porta in centro paese. Di soddisfazione, ma meglio non inserirlo nel Solstizio!

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Il resto della traversata scorre senza intoppi, un po’ di vento contro, un po’ di pioggia, un po’ di traffico, come sempre. A Malcesine decido di fare una pausa, è già da sei ore che sono in giro e non mi sento troppo in forma. Un toast confezionato, coca e caffè, non proprio un pranzo da re ma almeno butto giù qualcosa di caldo. All’ interno del bar si guarda il mondiale di Slalom Gigante che va in scena a Kranjska Gora, bellissima località Slovena dove siamo stati questa estate in vacanza. La durezza del Vrsič Pass è ancora vivida nei miei ricordi.

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Non piove più, perlomeno. Ma la gamba proprio non gira. Male al sedere, un po’ di dolori alla schiena, rifletto sul mio ostinarmi a fare lunghe distanze con posizione in sella e set-up del mezzo race-oriented. Forse è giunto il momento di tornare indietro e rivedere alcune cose riguardo alla bici. Poco dopo incontro Silla, lui va nella direzione opposta: un breve saluto mentre è alle prese con le brugole per regolare la nuova sella (tra l’ altro la stessa che sto utilizzando io di recente, una Brooks Cambium C13) e ci separiamo.

A Torbole prendo la pista ciclabile della Valle del Sarca che mi accompagnerà per i restanti 50km, un bel sollievo dopo tutta la giornata passata nel traffico e il modo migliore di concludere il giro. Devo farmi forza quando attraverso Arco per non andare a casa, ma l’ omologazione attende, si tira dritto.

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L’ ultimo controllo virtuale è a Santa Massenza ma sono costretto ad anticipare la fermata al bar Ideal di Sarche. Ci arrivo sotto una pioggia battente. Mai idea fu più sensata, cioccolata calda e strudel di pastafrolla mi rimetteranno in sesto. È una violenza psicologica abbandonare l’ ambiente caldo e accogliente del bar, ma ormai manca poco. Un messaggio a casa per avvisare dei miei progressi e riparto rinvigorito con la consapevolezza che dopo il giro di boa avrò il vento a favore fino a casa.

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Il giro come l’ ho fatto oggi ricalca quello dell’ edizione 0 del mio Solstizio d’ Inverno e dato che quest’ anno non lo avevo ancora pedalato, la toppa è meritata, parola di organizzatore!

Esperienze dal Solstizio

E’ già da alcuni anni che non riesco a pedalare la mia randonnée del Solstizio, il prezzo da pagare dell’ organizzatore. Quindi, visto che non posso raccontarvi di persona come è andata (parlarvi del mio “turno” da 13 ore al bar ad aspettare tutti sarebbe abbastanza noioso!) qui di seguito trovate alcune delle esperienze condivise sul web.

La magia del Solstizio è unica, grazie a tutti voi per renderlo possibile.

Le foto fatte da Oxeego (grazie infinite Carlo e Maurizio per la vostra disponibilità e per aver passato un’ intera notte a servire the caldo all’ ultimo controllo!):

Sesta edizione della classica Randonnée invernale in notturna, 200km tra la Valle del Sarca e il Lago di Garda.

Posted by Oxeego on Monday, December 18, 2017

 

Il racconto di Giuliano:

https://randonneepercaso.wordpress.com/2017/12/19/16-dicembre-randonnee-solstizio-d-inverno/

Il racconto di Christian e Christopher (in Inglese):

http://www.lieblingstouren.de/the-longest-night/

Il video di Andrea:

 

Il racconto di Cristiano:

https://bestieparde.wordpress.com/2018/01/30/solstizio-dinverno-e-quattro/

Se siete a conoscenza di altri racconti lasciate un commento e li aggiungerò alla lista.

PREPARAZIONE LEL GIUGNO 2017

705km, 13.442mt dsl.

Un mese di scarico, il chilometraggio sembrerebbe basso ma in realtà è in linea con gli altri mesi calcolando una settimana al mare di vacanza dove non ho portato la bici.

Il mese è iniziato con la mia Randonnée delle Dolomiti di Brenta, brevetto ufficiale Audax da 200km che ormai organizzo -e pedalo- dal 2012. Una trentina di partecipanti al via, fatta in gruppo con i ragazzi dell’ Audax Club Arco. Per il 2017 percorso rinnovato e facilitato, circa 1000mt di dsl in meno, anche se sinceramente il vento contro trovato in Val d’ Adige negli ultimi 50km non ha reso la vita facile a nessuno. Per il prossimo anno con molta probabilità si ritornerà al tracciato classico, più duro ma più suggestivo. Il mancato passaggio del lago di Molveno di quest’ anno ha tolto parte della spettacolarità di questa randonnée.

La settimana successiva mi sono concesso un giro fenomenale con molto sterrato. Poi è arrivata l’ ondata di caldo. Tanti giri in pianura durante la pausa pranzo lungo il lago testando la nuova sella: ho montato una Brooks Swift Titanium, modello che avevo già usato in passato. Come tutte le Brooks il cuoio necessita di un periodo piuttosto lungo di “rodaggio”, spero di farcela durante questo mese ad ammorbidirla per bene….

Rientrato dal mare avevo voglia di montagna! Due bei giri dove il dislivello ha prevalso sul chilometraggio: dopo un Monte Velo + Ballino infrasettimanale mi sono avventurato in un percorso già affrontato in passato: un anello comprendente l’ ascesa al Passo Fittanze della Sega (una delle salite più dure del trentino) e del Monte Baldo. Una giornata splendida che mi ha fatto riavvicinare alla montagna, cosa di cui avevo ampiamente bisogno. La scalata di un passo in sella alla propria bicicletta fa parte della mia visione che ho del ciclismo e la preparazione alla Londra-Edinburgo-Londra me ne aveva fatto allontanare (più km che dsl). La solitudine e la sfida contro la natura, il caldo, il freddo, la pioggia. La battaglia psicologica contro il proprio io che si ribella alla fatica estrema. Ma poi valichi e tutto svanisce, rimane solo quella sensazione di libertà e conquista che ti riempie, prima di lanciarti nella discesa a ruota libera.

Così mi sono sentito giovedì al Rifugio Graziani, 1600mt slm. Dopo oltre 10 ore che spingevo sui pedali. Da solo con la montagna, una sfida unica ed inimitabile che continua ad appassionarmi.

Solstizio d’ Inverno 4

Il mio primo Solstizio non pedalato.

A porte chiuse posso tirare le somme di questa quarta edizione, la prima-ahimè-che non pedalo. E’ stata dura decidere di non partire, ma il poter accogliere di persona tutti i partecipanti mi ha ripagato del sacrificio.

180 iscritti, 160 partenti, 159 finisher. Numeri che mai mi sarei aspettato 4 anni fa quando sono partito con questa idea che pareva bizzarra. E invece mi inizio a rendere conto solo ora della magia di questo percorso. Arco e i suoi mercatini di Natale, il lago di Garda che di notte ha tutto un altro aspetto, i paesi attraversati addobbati a festa per il Natale, le stelle, il freddo e una lunga notte, la più lunga dell’ anno (quasi).

Ma il Solstizio d’ Inverno perderebbe parte della magia se non ci foste voi che venite anche da lontano per parteciparvi. GRAZIE!

E un grazie speciale a chi mi ha aiutato quest’ anno: Fabio & Fabio, Alessio, Sandra, Olga, mia moglie Valentina, lo staff del bar “Ai Conti”, Carlo. Thanks!

Il Solstizio è una rando speciale e lo abbiamo dimostrato anche quest’ anno. Ci vediamo nel 2016 con qualche piccola novità!

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La Super Randonnée delle Dolomiti

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Questo per me è un sogno che si avvera. Dopo due anni di lavori sono finalmente riuscito a mettere in piedi quella che reputo la mia creazione migliore: la Super Randonnée delle Dolomiti.

Da quando sono venuto a sapere ancora parecchi anni fa dell’ esistenza di questo nuovo tipo di randonnée omologate dall’ Audax Club Parisien ne sono rimasto subito affascinato. Nel loro regolamento sono scritti quelli che ritengo i principi cardini del mondo delle lunghe distanze per come lo vedo io: autosufficienza, libertà e sfida. Autosufficienza, non è consentito alcun tipo di supporto esterno; libertà, è un brevetto permanente, ognuno decide la data di partenza e lungo il percorso non ci sono cancelli orari intermedi, solo un tempo limite che parte da 50 ore; sfida, un percorso di 600km con almeno 10000mt di dislivello è decisamente un gran défi.

Al momento dell’ idea non esisteva ancora una Super Randonnée in Italia (per fortuna ci ha poi pensato prima di me il grande Fulvio “Ciclofachiro” Gambaro con la sua Super Randonnée Prealpina) e ho immaginato da subito un anello attraverso le mie Dolomiti. Da quell’ idea sono partiti i primi contatti con Sophie Matter, la persona responsabile delle SR in Francia e i primi tentativi di abbozzare un tracciato che fosse all’ altezza del suo nome, duro ma non estremo. Dopo tante modifiche sono arrivato al percorso definitivo ma mancava ancora la parte più importante, partire in bicicletta per fare tutte le verifiche del caso.

I mesi passavano, poi gli anni, e tra una cosa e l’ altra non ho mai trovato il coraggio di affrontarlo in sella; così ho messo da parte l’ orgoglio e in settembre di quest’ anno ho preso la macchina e ho fatto tutto il giro. Non sarei stato il primo omologato ma la Super Randonnée delle Dolomiti avrebbe visto la luce, e così è stato.

Adesso è ufficiale, a questa pagina trovate tutte le informazioni a riguardo, inutile dire che questo è il mio obbiettivo principale per il 2016, vedremo se altri avranno il coraggio di affrontare questa sfida.

Un grazie particolare a Carlo per aver creato il bellissimo logo che sarà anche il trofeo (sotto forma di toppa o medaglia, disponibile dal 2016) per tutti i finisher della prova.

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La mia seconda Parigi-Brest-Parigi

Per chi non lo sapesse è possibile scegliere tre diverse partenze alla Parigi-Brest-Parigi: 80, 84 e 90 ore. La classica è quella delle 90 ore (la mia nel 2011), quella scelta dalla maggior parte dei randonneurs. Si prende il via la domenica sera tra le 17 e le 20 e questo permette alla maggior parte dei concorrenti di portarsi avanti sulla tabella di marcia pedalando la prima notte filata. Le vedette delle 80 ore partono prima di tutti, alle 16. Questo fa si che i ciclisti che vogliono fare il tempo hanno la strada spianata, e almeno fino a Brest non incontrano nessuno. Solitamente gli appartenenti a questo gruppo chiudono la prova in 50/60 ore. Poi ci sono quelli delle 84 ore, con partenza il lunedì mattina alle 05:00. Sei ore in meno sul tempo massimo ma una notte in meno in sella. Quest’ anno ho voluto rischiare e ho preso il via con il numero Y122 (88h il mio tempo finale nel 2011). Tanto per rendervi conto dei partecipanti ai vari gruppi, i ciclisti erano divisi tot. numero uguale in base alle lettere dell’ alfabeto (una specie di griglia da granfondo):

  • A, B, C le 80 ore;
  • X, Y, Z le 84 ore;
  • D, E, F, G, H, I, J, K, L, M, N, O, P, Q, R, S, T, U, V le 90 ore!

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Sicuramente è stata un’ esperienza molto più intima di quella del 2011. Una PBP completamente diversa, ma non peggiore della “classica”. A mente fredda mi sento di dire che l’ ho preferita (appena arrivato pensavo il contrario). Check-in e ritiro documenti praticamente deserto, così come tutti i controlli; mai una coda per mangiare e/o dormire. Ovviamente bisogna essere preparati a pedalare per lunghe tratte (se non tutta la rando) da soli a patto di non essere tra i “veloci” che in pratica fanno i primi 600km senza fermarsi raggiungendo il gruppo delle 90 ore già il secondo giorno.

Per me è stata un’ edizione fortunata, senza grossi intoppi o crisi mistiche. Frutto forse dell’ esperienza accumulata negli ultimi anni che mi ha consentito di gestire al meglio il tempo a disposizione. Mi ero preparato una tabella di marcia da seguire che mi ha aiutato molto a gestire “la gara” e che sono riuscito grosso modo a rispettare con alcune piccole limate solo alle ore da dedicare al sonno (dove ero stato parecchio generoso). La pioggia l’ ultimo giorno ha rischiato di rovinarmi un po’ la festa, ma per fortuna il meteo è migliorato prima di arrivare a Parigi.

Il primo giorno passa praticamente indolore. La partenza delle 05:15 mi costringe ad una bella levataccia dato che devo percorrere i 10km albergo-partenza in bici. Alle 04:00 sono già in strada, comunque fresco di lunga dormita. La differenza con le 90 ore si palpa subito, in giro non c’ è nessuno, attraversiamo una Saint Quentin en Yvelines ancora addormentata.

Per fortuna le sensazioni di gamba sono buone, ne approfitterò per “portarmi avanti” sulla tabella di marcia: niente di glorioso, o particolarmente eroico oggi, la testa è proiettata alla distanza da compiere, andrò al risparmio sfruttando il più possibile i piccoli gruppetti. Wheelsucking a nastro, in particolare ai danesi, davvero forti (tra l’ altro mi riaffiora alla mente un ricordo della LEL quando proprio tre di loro mi aiutarono ad arrivare alla fine della prima già difficile giornata), e a una coppia di inglesi su bici montate Tiagra con bel borsone Carradice che spingevano anche loro non male. Più visti, a dimostrazione della mia teoria sul peso della bici.

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Sulla strada verso il primo controllo cerco il punto dove nel 2011 mi ero fermato a dormire ma non lo trovo, di giorno i paesaggi hanno tutto un altro aspetto. Ovviamente per confermare il fatto che se lasci i parafanghi a casa pioverà tra Mortagne e Villaines prendo il primo temporale, nulla di che ma quanto basta a bagnarmi i piedi. Arrivo a Villaines la Juhel in 8h:35, ottimo tempo per 220km, sono ampiamente sopra la tabella. Mi concedo una pausa un pelo più lunga (avevo preventivato soste alternate di 15′ e 30′ ai controlli del giorno 1, poi le successive sempre di 30′) e riparto dopo un meritato pranzo. Nota positiva delle 84h è l’ assenza di code ai controlli, in più il fatto di conoscerli già mi ha aiutato a non sprecare tempo. 10′ minuti persi ad ogni controllo moltiplicato per 18 controlli può fare la differenza tra terminare la prova entro il tempo limite o no.

Il resto della giornata scorre regolare, ai controlli riesco sempre a mangiare di gusto e in modo vario, tranne a quello scelto per il riposo notturno. Li strategicamente decido di non sacrificare nemmeno un minuto al sonno, quindi no cena, no doccia (ahimè!) ma diretto al dormitorio. Potrebbe sembrare un errore saltare un pasto, ma ho scelto di darmi dei ritmi “normali” e a questa PBP ha funzionato. Poi la mattina presto sosta obbligata alla prima boulangerie aperta.

Il giorno 1 finisce a Quedillac, non un controllo vero e proprio, ma un ravitaillement. 389km è una buona distanza, posso ritenermi soddisfatto e mi concedo 4 ore di sonno in un bel dormitorio semi deserto, meglio di un 4 stelle, e poi costa solo 3€!

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La ripartenza non è mai facile. Soprattutto sapendo che mi aspetta una delle giornate più dure di tutta la randonnée. Oggi c’ è il giro di boa a Brest ma le colline bretoni non si lasceranno conquistare tanto facilmente.

Fa un freddo cane, 8° circa. Per fortuna che mi sono portato anche la maglia pesante! All’ interno di una panetteria (caffè e due croissant) incontro i primi ciclisti delle 90 ore, sono già fuori tempo massimo. Scambio due battute con una ragazza infreddolita che si ferma qua, poi mi giro e mi accorgo di un altro che si sta schiacciando un sonnellino nell’ angolo dietro la porta.

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Riparto insieme ad un tedesco in calzoncini corti, una bestia da 100kg che in pianura mena come Cancellara pur di scaldarsi. Lo lascio andare e mi godo un’ alba meravigliosa circondato dalla nebbia mattutina.

Più mi avvicino all’ Oceano e più randagi incontro, ma nel verso opposto al mio. Io seguo ancora le frecce per Brest, loro per Paris.

Sul Roc Trevezel mi fermo per la foto di rito in cima al colle (che un colle non è; da buon centocollista per un attimo mi è balenato per la testa di andare a farmi il Col de Tredudon li vicino ma ho subito cambiato idea quando ho visto che mancavano ancora più di 50km a Brest!). Tutto un’ altro clima rispetto al 2011, c’ è vento ma in compenso si ha una bella vista tutt’ intorno. Sulla lunga discesa incontro la maggior parte del gruppo delle 90 ore in senso inverso al mio, compreso Alex, mio compagno di squadra che corre con la fissa. Un po’ di problemi vari per lui ma ha la pellaccia dura e arriverà comunque al traguardo. Una volta passati tutti la strada torna semi-deserta, solo qualche sporadico incontro. Ma tanto per ribadire che il mondo rando è piccolo prima di Brest mi ritrovo con Justin Jones, ciclista di spicco del panorama Fixed (tra le altre cose una 1001 miglia in fissa) conosciuto durante l’ ultima tappa della PBP nel 2011. Condividiamo questi chilometri fino all’ Oceano e la sua caotica e poco attraente Brest che sembra non arrivare mai. Ci ri-incontreremo ancora fino a Parigi ma solo ai controlli e per una birra finale.

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Soliti 30′ di pausa e sono in strada, il Roc mi aspetta di nuovo. Come nel 2011 questo versante passa indolore, rimonto parecchi ciclisti prima di scollinare. Mi stupisco di quanta gente è ancora sulle strade per incoraggiarci; passo vicino a un uomo qui apposta per noi, applaude e mi dice il solito “Bon courage!”. Rifletto sulla passione del ciclismo, mia e di queste persone, e mi rendo conto che sto facendo qualcosa di grande nel mio piccolo mondo. Quasi mi commuovo, sarà la stanchezza?

Quando arrivo a Charaix (controllo numero 10 della mia tabella, km 698) sono le 22:00 passate: i viveri al self-service sono praticamente terminati, mi viene comunque offerta un’ ottima zuppa bollente di legumi che è quanto mi basta per andare avanti, di più comunque a quest’ ora non avrei preso. I piani erano di dormire a Loudéac, ma vista l’ ora decido di fermarmi al ravitaillement di St. Nicolas du Pelem, 46km prima. 3 ore di sonno intenso, peccato per la mancanza di coperte, ovviata su richiesta con fornitura doppia di lenzuolo. L’ ambiente era comunque caldo abbastanza. Prima di partire solito rito, bagno, pulizia, crema e vestizione, e alle 05:00 sono pronto per un’ altra giornata in sella. Piccola nota positiva, i risvegli notturni di questa PBP sono meno traumatici rispetto a quelli vissuti precedentemente su distanze di questo genere.

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La terza giornata viaggio praticamente da solo tutto il tempo, solo ai controlli incontro altri ciclisti: i segni della fatica e della privazione di sonno diventano una costante tra le facce incrociate. Io mi sento e mi vedo bene, e il fatto mi tira su il morale. E’ bello ritrovare nei luoghi attraversati i ricordi del 2011; un caffè preso in un determinato bar, una sosta fatta a bordo strada, un piccolo negozio, e vedere che poco o niente è cambiato. Una buona baguette presa in un determinato posto è una cosa che si scorda difficilmente. Tanto per ritornare in tema stanchezza, ad un certo punto in un paesino di campagna scorgo appoggiata ad un muro una bellissima Mercian da donna. Anche se sono restio a soste di questo tipo (time is miles) decido di farle una foto, ed in meno di un secondo mi trovo infilato in una situazione tanto surreale quanto tipica da PBP. Il proprietario della bici (e già rimango stupito, mi aspettavo una donna!), un gigante scandinavo che sembra uscito da un film di George Romero e che non parla una parola ne di inglese, ne di francese, se ne sta immobile all’ interno del giardino di una povera nonna spaventata a morte per la presenza dell’ intruso, con la vicina di casa che tenta in tutti i modi di spiegargli di uscire e che non può fare il suo pisolino nel verde prato da lui scelto (e per questo gli offre il divano di casa sua, bontà francese per i ciclisti della PBP ma pazza scatenata aggiungo io!). A questo punto provo a fare da intermediario con scarsi risultati, sono pur stanco anch’ io d’ altronde, e così alla fine mollo tutti nel loro brodo e me ne vado. Senza neanche la foto.

Prima che me ne accorga è sera di nuovo, e questo significa una sola cosa: ultima notte!

Poco prima delle 22:00 sono di nuovo a Villaines; avrei voluto dormire a Mortagne, 80km più avanti, ma partire adesso così stanco non mi alletta proprio. Penso non sarebbe neanche sicuro vista la stanchezza, una sosta sonno qui mi darà le forze per completare la prova. In dieci minuti sono a letto, tempo di chiudere gli occhi e mi addormento.

C’ è un momento nelle randonnée dove il divertimento passa in secondo piano e bisogna stringere i denti, il fattore mentale diventa predominante. Un punto in cui bisogna superare i propri limiti, andare oltre la propria zona di comfort conosciuta e prendersi qualche rischio, fa parte del gioco. L’ ultima notte in una prova di 1200km è spesso uno di questi momenti.

01:30, suona la sveglia. Inizia una lunga giornata. Ormai il gruppo è andato, il villaggio ha un che di desolante senza nessuno a fare il tifo a bordo strada. Mi allontano dalla sicurezza del centro cittadino infilandomi in quel tunnel buio, freddo e umido che è questa notte della Loira.

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“Courage cyclistes, Paris est à l’ horizon”. Mi viene in mente solo questa frase letta su uno striscione da qualche parte quando passo in fianco ad una pietra miliare illuminata: 177km ed è fatta, coraggio ciclisti, Parigi è all’ orizzonte. Poco dopo mi imbatto in uno pseudo controllo abusivo dove mi ero già fermato nel 2011, un piccolo supermarket aperto tutta notte. Bevo una tazza di caffè bollente e mangio qualche biscotto al cioccolato in compagnia di un giapponese (che si addormenta di fronte a me dopo aver ingurgitato una mega fetta di cocomero) e di una coppia di inglesi su un trike.

Durante queste lunghe, eterne notti, basta una piccola luce in lontananza di un altro ciclista a darti sicurezza; così, quando tra una collina e l’ altra mi accorgo che chi mi stava seguendo non si vede più, vado per la prima volta nel panico. Avrò sbagliato strada? Sarebbe tremendo, non ho nessuna voglia a questo punto di farmi chilometri extra. Tiro fuori il roadbook per la prima volta da quando sono partito e il gps del telefono mi conferma che sono sulla retta via. Poco dopo una freccia catarifrangente del percorso si illumina al mio passaggio togliendo ogni dubbio.

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Con l’ ultima alba di questo lungo viaggio arrivano le crisi di sonno, quelle vere, a chi non è riuscito a dormire abbastanza pur di spingersi fino a qua nel tempo limite. Siamo sul filo del rasoio per chi ha scelto le 90 ore e lungo la strada inizia a ripetersi lo scenario già vissuto 4 anni fa: la Parigi-Brest-Parigi adesso chiede il conto a chi non si è preparato a dovere, o ha gestito male la corsa, e lo chiede sotto forma di riposo. Il corpo non riesce più a stare al passo della mente e per correre al riparo i ciclisti sono costretti a fermarsi ovunque, anche nei posti meno consoni, come il ciglio della strada (ricordo che le randonnée si svolgono su strade aperte al traffico). Una macchina dell’ organizzazione fa la spola avanti e indietro per accertarsi della salute di queste lanterne rouge ed eventualmente decidere per loro il da farsi: il ritiro in questo caso non è un opzione. La situazione non è bella a vedersi, un lato poco piacevole della PBP. Ah già, mi sono scordato di dire che nel frattempo si è messo a piovere, e non poco. Quella pioggia che dopo pochi minuti ti ritrovi zuppo dalla testa ai piedi. Ma come disse una volta un amico, arrivato a questo punto dovrebbero spezzarmi entrambe le gambe per non farmi arrivare alla fine, quindi si continua.

Dreux, ultimo avamposto prima di potere mettere la parola fine a quest’ avventura. Faccio partire il cronometro per l’ ultima volta, mezz’ ora di pausa e poi via per il rush finale, non prima di una breve tappa al self-service. Un piatto di lasagne e una coca dovrebbero bastare a fornirmi le energie necessarie a coprire questi ultimi 60km.

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Esce il sole, è previsto un arrivo trionfale. I lunghi rettilinei nelle campagne dell’ ultima tappa me li ricordavo bene, ma oggi la gamba è diversa, tutta un’ altra storia. 50 fisso e giù a menare, senza accorgermene cavo di ruota il piccolo gruppo che si era formato. Ultimo ostacolo, quella stramaledetta collina con pendenze a doppia cifra nella foresta di Rambouillet che fa davvero male. In cima giusto il tempo di approfittare di una gentile persona che ha portato del plumcake fatto in casa e proseguo. Ormai è iniziato il conto alla rovescia; gli ultimi chilometri sono diversi, mi ricordavo una fila infinita di semafori per girare intorno a Saint Quentin en Yvelines, invece stavolta prendiamo una bella pista ciclabile. Un po’ meno spettacolare (meno persone ad applaudire) ma decisamente meno rognosa del traffico cittadino. Poi dietro una curva ecco la folla, gente ovunque che mi incita, il velodromo è in vista, passo sull’ ultimo tappetino magnetico per il rilevamento del tempo e vado a parcheggiare la bici. Ce l’ ho fatta anche questa volta! Mi faccio scattare una foto e poi vado a timbrare il cartellino, e parte il giro di telefonate.

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