Primo brevetto Audax DIY GPS ufficiale

DIY sta per Do It Yourself.

In Italia non esiste questa possibilità, ma facendo parte dell’ Audax UK ho avuto la fortuna di poter provare quest’ esperienza. In poche parole si tratta di percorrere un brevetto pensato e ideato da soli in maniera ufficiale (con tanto di omologazione valida al fine di poter ottenere altri riconoscimenti).

Funziona così:

  • si acquistano delle carte di viaggio virtuali da uno degli organizzatori dell’ AUK che si occupa di questo (si potrebbero avere anche carte di viaggio vere e proprie nella variante non GPS, ma la tracciatura del percorso diventa più complicata dovendo rispettare la regola della distanza minima tra due controlli);
  • si prepara il percorso a tavolino utilizzando uno dei tanti programmi disponibili online, mantenendo i classici canoni Audax (distanza ufficiale 200-300-400-600-1000 e +1000) e scegliendo gli opportuni luoghi di controllo;
  • si salva la traccia ottenuta e la si carica online attraverso un modulo automatico indicando la data decisa per il brevetto, la distanza e i controlli;
  • viene inviata dall’ AUK una carta di viaggio virtuale con un link identificativo che servirà a caricare la traccia una volta effettuata la randonnée;
  • alla data scelta si monta in sella e si compie il giro avendo cura di registrare il tutto per bene;
  • una volta finito si invia la traccia all’ organizzatore e si aspetta la sua validazione. Stop.

Sembra complicato ma non lo è. E comunque sul sito è indicato in maniera chiara come fare il tutto.

Calcolando che è Novembre ho scelto di iniziare con una distanza di base, 200km, e vedere come andava. Come al solito mi sono lasciato prendere la mano al momento della tracciatura e ne sono venuti fuori 2500mt di dislivello!

Il percorso prevedeva: Passo San Giovanni e Val d’ Adige, salita Peri-Fosse, discesa da Breonio a Sant’ Ambrogio di Valpolicella, Lazise e poi il periplo del Garda fino a Riva, salita al lago di Tenno da Deva, ridiscesa su Arco.

Il problema iniziale è stato il freddo: per le prime tre ore (sono partito alle 06:30 circa) il sole non si è visto, in pratica fino a Fosse, e il termometro è sceso a -2° . Primo controllo virtuale e prima pausa al bar del paese. La stufa a legna accesa all’ interno fa molto baita di montagna e mi ricorda che l’ inverno è alle porte ed è ora di vestirsi per bene.

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Fuori l’ aria mattutina è gelida ma a dispetto delle previsioni che davano coperto c’ è un bel sole. Colpo d’ occhio magico sulla Lessinia mentre scendo verso il Garda. Consapevole che lo zoccolo duro del percorso è alle spalle mi godo la girata del lago, approfittando del passaggio a Peschiera del Garda per una sosta al Mc Donalds che ospiterà il controllo del Solstizio a sincerarmi che sia tutto ok. Pranzo rando style con un bel Mc Menù e si riparte.

Passate le cinque ore in sella passa anche il mal di schiena. La mente ha avuto la meglio sul fisico  che ora sta zitto e lavora. E poi c’ è il vento a favore. Per raggiungere Salò faccio una strada alternativa scovata l’ ultima volta che sono passato di qua: meraviglie del gps, oggi per la prima volta uso le mappe con navigazione e ne sto apprezzando l’ utilità.

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Una piada alla nutella mi darà l’ energia necessaria a tornare verso casa. Sempre con il vento che mi spinge percorro la Gardesana Occidentale con in testa l’ ultima salita, e più mi avvicino, più mi pento di averla inserita nel percorso. Sono a Riva alle 16:00, sta già facendo buio e sono in bici da  quasi dieci ore. E’ freddo e sono stanco. In più non sono più certo che il percorso verrà approvato: proprio in fase di partenza ho fatto un errore con la traccia sul Garmin perdendo i primi 15km. Quasi quasi vado dritto a casa e mi evito la Deva…..

Per fortuna alla fine lo spirito randagio prevale sul buon senso. La Deva doveva essere e la Deva sarà. Scollino in qualche modo e mi preparo alla fredda discesa prima di rientrare a casa. Comunque vada traccia o non traccia so di avere fatto 200km ed è sempre un bel “pezzo”, quindi sono soddisfatto della giornata.

Alla fine il brevetto verrà omologato, per fortuna il Garmin aveva comunque segnato la partenza del percorso e l’ organizzatore ha potuto verificarlo!

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Sulle strade del Brenta, 200km Audax DIY

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Due lunghi in un mese, un lusso che non capitava da tempo. E per lunghi intendo una distanza ufficiale Audax, ovvero dai 200km in su. Mi piace chiamarlo ufficiale anche se ufficiale non è, ovvero nessuno mi farà un’ omologazione per questi giri; è la mia maniera per restare dentro ad un modo di vedere il ciclismo (che non deve essere sempre e solo “a tutta”) anche senza partecipare ad eventi del calendario nazionale.

Questo week-end avevo programmato la randonnée di Corsico da 400km, ma vuoi per il poco tempo che ho potuto dedicare alla bici nell’ ultimo periodo (un brevetto di lunga distanza richiede un certo tipo di preparazione anche logistica che non va lasciata al caso e che richiede tempo ed energie) vuoi per la meteo sfavorevole di domenica, decido di anticipare a sabato con un giro più semplice ma comunque che mi metta un po’ alla frusta. Ho voglia di stancarmi, ma senza strafare. Venerdì sera mi metto al computer e su Openrunner studio al volo il percorso: primi 70km di pianura, poi a seguire tre salite con la prima più impegnativa e ritorno a casa dopo 190km.

Mando un messaggio a Carlo che approva il percorso, bene, si va in compagnia!

Partenza ore 07:00 da Bolognano; una corrente d’ aria fredda piombata sul nord Italia la scorsa settimana ci fa patire un po’ appena partiti, giusto il tempo di arrivare a Loppio però che sbuca il sole e si sta già meglio. A Mori prendiamo la SP 90 Destra Adige invece della ciclabile, un po’ più varia e veloce; il traffico a quest’ ora è scarso e i vari strappetti rendono l’ arrivo a Trento meno monotono.

50km fatti, è tempo di controllo, come se fosse un vero brevetto: siamo in modalità rando, quindi un controllo-caffè ci sta tutto. Ci fermiamo al bar della funivia: è di strada, la proprietaria è simpatica, il caffè buono e il bagno pulito. E poi ha dei bei tavoli al sole da dove si possono tenere d’ occhio le bici parcheggiate. E’ anche punto di incontro dei ciclisti di Trento per i giri del fine settimana, sono parecchi quelli pronti a partire.

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Proseguiamo in ciclabile verso Nord, evitando solo la tratta parecchio scomoda che tra Lavis e Nave San Rocco fa un’ interminabile andirivieni a zig zag,  procedendo per quel breve tratto sulla SS12 del Brennero.

Sono passate tre ore circa da quando siamo partiti mentre raggiungiamo Mezzolombardo, in piena tabella oraria; girando il senso di marcia butto uno sguardo alla valle dell’ Adige verso Sud e mi viene da pensare a quanta strada abbiamo già fatto in così poco tempo. Che mezzo fantastico è la bicicletta!

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Per arrivare al bivio della salita che ci porterà ad Andalo siamo costretti a restare sulla SS43 della Val di Non, un tratto a traffico veicolare intenso e a rapido scorrimento che necessiterebbe di una pista ciclabile. Per fortuna sono solo un paio di chilometri, poi noi giriamo a sinistra, direzione Spormaggiore/Cavedago/Andalo: qui inizia l’ ascesa che percorreremo anche alla prossima Randonnée delle Dolomiti di Brenta del 5 Giugno. In quel caso i chilometri nelle gambe saranno più del doppio di quelli con cui l’ affrontiamo oggi!

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Dopo esserci tolti gli ultimi strati pesanti, iniziamo la nostra scalata in maniera tranquilla, godendo ad ogni pedalata del panorama che mano a mano si apre sotto di noi. Per ora le sensazioni di giornata sono ottime, stiamo bene e il clima è favorevole, non si potrebbe volere di meglio. Spezziamo la salita per riempire le borracce a Spormaggiore, poi su diretti fino allo scollamento della Sella di Andalo a quota 1042mt.

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Siamo sulle strade che il Giro d’ Italia percorrerà con la prossima edizione (nello specifico le tappe 16 e 17) e come sempre succede in questi casi beneficiamo di uno splendido asfalto tirato come un biliardo!

Dopo una splendida discesa e il passaggio sul Lago di Molveno c’ è ancora lo strappetto di Sclemo che ci separa dalla meritata pausa pranzo che abbiamo deciso di fare a Stenico. Siamo tutti e due un po’ vuoti in questo frangente, per fortuna ci pensa Clarissa, proprietaria dell’ omonimo bar di Stenico, a farci il pieno di carboidrati con un paio di piadine imbottite. Il suo bar è un controllo storico della Randonnée delle Dolomiti di Brenta, e anche quest’ anno ci conferma la sua presenza. Addirittura oggi ci viene offerto il pranzo sia a me che a Carlo, una gentilezza davvero inaspettata e per niente dovuta, grazie mille Clarissa!

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Da Stenico a Tione scendiamo sulla SP34 del Lisano e Sesena, altra perla di strada delle nostre zone, tra il resto piena di ottime fontane di acqua freschissima. La Sella di Bondo passa indolore, e a parte il primo tratto caratterizzato da lunghi rettoni esposti (per fortuna mentre passiamo il sole si nasconde tra le nuvole) il resto è molto pedalabile e gradevole, scollinando a quota 815mt. Da qui la strada prosegue tutta in discesa fino a Storo, inizialmente in modo marcato per poi calare fino a trasformarsi in un leggero falsopiano a scendere. Non fosse per il vento contro di oggi! Comunque cambi regolari per 15km e via, passa anche questa.

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Il Passo d’ Ampola è l’ ultimo scoglio di giornata, salita poco impegnativa che si lascia domare anche in condizioni di gamba non ottimali. Carlo ha qualcosa in più di me, quindi lo lascio davanti a fare l’ andatura fino in cima. Scollinare sull’ ultima difficoltà di giornata ha sempre un fascino particolare, a maggior ragione quando lo fai in uno dei paradisi del Trentino-Alto Adige, la Val di Ledro. La percorriamo tutta prima di tuffarci nella lunga galleria ai 60km/h che ci porterà di nuovo ad Arco dopo circa una decina di ore in sella.

Tempo di saluti, non prima di una meritata birra media! Grande giornata, grande giro, grazie Carlo e alla prossima!

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200km Audax DIY

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Visto che la 1001 Miglia (mi sono iscritto anche se ho ancora qualche dubbio) non richiede le qualifiche canoniche come la Parigi-Brest-Parigi dei brevetti da 200-300-400-600km, ho deciso di arrangiarmi da solo per le distanze “minori” e quando possibile. Come membro dell’ Audax UK potrei anche certificarli, ovvero renderli ufficiali. Esiste infatti la possibilità di percorrere brevetti di creazione propria (come Audax UK, non come Audax Italia) tramite certificazione di traccia gps, ma la procedura va fatta a priori e per tempo. Dato però che il tempo ultimamente non è cosa di cui dispongo in abbondanza ho optato per la formula libera, ovvero fare semplicemente un giro tracciato a priori con distanza/tempo limite ufficiali Audax. Giusto per darmi un obbiettivo più marcato di un semplice giro.

Quindi per oggi è prevista la prima distanza ufficiale Audax, 200km. Il percorso lo conosco, già fatto una volta in compagnia di Fabio Leoni un paio d’ anni fa, prevede la discesa dalla sponda Est del Lago di Garda, il traversamento del basso lago fino a Salò, risalire tutta la Val Sabbia, la breve scalata della Sella di Bondo, planata su Tione ed infine Passo Durone e Passo Ballino (http://www.openrunner.com/index.php?id=5901950).

Sempre difficile conciliare il ciclismo di lunga distanza con la famiglia: decido quindi di partire alle 05:00. Calcolando un tempo di 10 ore circa rientrerò nel primo pomeriggio, così da dedicare mezza giornata anche a loro (sono finiti da un pezzo i bei tempi dello svacco sul divano post-giro con birra in una mano e telecomando nell’ altra!).

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La prima cosa che noto appena partito è l’ intensità luminosa del mio faretto: l’ Edelux II è impressionante. E’ da un po’ che non viaggiavo di notte e non mi ricordavo tutta questa luce. Non oso immaginare il nuovo della Busch & Muller con 20 lux in più. Comunque nonostante ci si veda benissimo la crisi di sonno non tarda ad arrivare; è stata una settimana intensa e ieri sono anche andato a letto tardi. Per fortuna sono solo due ore, alle 07:00 ci si vede già abbastanza bene e il freddo pungente del primo mattino mi risveglia a dovere. A Desenzano faccio la prima pausa, 77km sono una buona distanza per un primo controllo e mi concedo cappuccio e brioche su un tavolino assolato in riva al lago.

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Ancora una ventina di chilometri di lungolago e poi si cambia direzione. A Cunettone invece che girare a destra come al Solstizio per Salò, vado dritto e mi dirigo verso la Valle del Chiese, che oggi percorrerò per tutta la sua lunghezza. Da Tormini la strada vecchia consente di evitare la galleria (vietata) e passa da Roè, Collio e Vobarno prima di riportarsi sullo stesso percorso della statale nuova ma restandone sempre estranea. Il traffico veicolare in questa tratta è davvero basso, poi quando le strade si ricongiungono pochi chilometri prima del lago d’ Idro il discorso cambia. Alcuni motociclisti maleducati danno un po’ di fastidio ma nonostante sia domenica si viaggia bene lo stesso.

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La strada tende a salire, lenta e inesorabile. Arrivato a Storo è ora di un’ altra sosta: mi fermo a bordo ciclabile e mi rilasso cinque minuti seduto al sole con un panino al prosciutto portato da casa. Nel frattempo chiamo Valentina per vedere che sia tutto ok. Potrei tagliare un po’ il percorso passando dalla Val di Ledro. Il Passo d’ Ampola è molto più facile del Durone e farei anche qualche chilometro meno. Le gambe fanno già male….ci penso un attimo, ma no. Oggi devono essere 200km e 200km saranno, si va per il percorso originale.

A circa 160km inizia la salita per la Sella di Bondo, me la ricordavo più semplice. Non è lunghissima ma faccio fatica e fa anche caldo. Queste sensazioni mi preannunciano che il Durone non si farà domare troppo facilmente. E infatti….

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Giusto per rendere l’ idea il mio miglior tempo su questa salita è di 24′ circa. Oggi Strava dice 45′, compresa una sosta barretta quando mancavano circa 500mt allo scollinamento.

Comunque andato questo è praticamente fatta, ancora un chilometro circa per salire al Ballino e poi finisco il giro con una lunga discesa che mi porta davanti casa dove mi aspettano la Vale, i bimbi, un gigantesco piatto di pasta e per finire un mega gelato a merenda. Si può volere di più dalla vita?

Solstizio d’ Inverno 4

Il mio primo Solstizio non pedalato.

A porte chiuse posso tirare le somme di questa quarta edizione, la prima-ahimè-che non pedalo. E’ stata dura decidere di non partire, ma il poter accogliere di persona tutti i partecipanti mi ha ripagato del sacrificio.

180 iscritti, 160 partenti, 159 finisher. Numeri che mai mi sarei aspettato 4 anni fa quando sono partito con questa idea che pareva bizzarra. E invece mi inizio a rendere conto solo ora della magia di questo percorso. Arco e i suoi mercatini di Natale, il lago di Garda che di notte ha tutto un altro aspetto, i paesi attraversati addobbati a festa per il Natale, le stelle, il freddo e una lunga notte, la più lunga dell’ anno (quasi).

Ma il Solstizio d’ Inverno perderebbe parte della magia se non ci foste voi che venite anche da lontano per parteciparvi. GRAZIE!

E un grazie speciale a chi mi ha aiutato quest’ anno: Fabio & Fabio, Alessio, Sandra, Olga, mia moglie Valentina, lo staff del bar “Ai Conti”, Carlo. Thanks!

Il Solstizio è una rando speciale e lo abbiamo dimostrato anche quest’ anno. Ci vediamo nel 2016 con qualche piccola novità!

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La Super Randonnée delle Dolomiti

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Questo per me è un sogno che si avvera. Dopo due anni di lavori sono finalmente riuscito a mettere in piedi quella che reputo la mia creazione migliore: la Super Randonnée delle Dolomiti.

Da quando sono venuto a sapere ancora parecchi anni fa dell’ esistenza di questo nuovo tipo di randonnée omologate dall’ Audax Club Parisien ne sono rimasto subito affascinato. Nel loro regolamento sono scritti quelli che ritengo i principi cardini del mondo delle lunghe distanze per come lo vedo io: autosufficienza, libertà e sfida. Autosufficienza, non è consentito alcun tipo di supporto esterno; libertà, è un brevetto permanente, ognuno decide la data di partenza e lungo il percorso non ci sono cancelli orari intermedi, solo un tempo limite che parte da 50 ore; sfida, un percorso di 600km con almeno 10000mt di dislivello è decisamente un gran défi.

Al momento dell’ idea non esisteva ancora una Super Randonnée in Italia (per fortuna ci ha poi pensato prima di me il grande Fulvio “Ciclofachiro” Gambaro con la sua Super Randonnée Prealpina) e ho immaginato da subito un anello attraverso le mie Dolomiti. Da quell’ idea sono partiti i primi contatti con Sophie Matter, la persona responsabile delle SR in Francia e i primi tentativi di abbozzare un tracciato che fosse all’ altezza del suo nome, duro ma non estremo. Dopo tante modifiche sono arrivato al percorso definitivo ma mancava ancora la parte più importante, partire in bicicletta per fare tutte le verifiche del caso.

I mesi passavano, poi gli anni, e tra una cosa e l’ altra non ho mai trovato il coraggio di affrontarlo in sella; così ho messo da parte l’ orgoglio e in settembre di quest’ anno ho preso la macchina e ho fatto tutto il giro. Non sarei stato il primo omologato ma la Super Randonnée delle Dolomiti avrebbe visto la luce, e così è stato.

Adesso è ufficiale, a questa pagina trovate tutte le informazioni a riguardo, inutile dire che questo è il mio obbiettivo principale per il 2016, vedremo se altri avranno il coraggio di affrontare questa sfida.

Un grazie particolare a Carlo per aver creato il bellissimo logo che sarà anche il trofeo (sotto forma di toppa o medaglia, disponibile dal 2016) per tutti i finisher della prova.

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La mia seconda Parigi-Brest-Parigi

Per chi non lo sapesse è possibile scegliere tre diverse partenze alla Parigi-Brest-Parigi: 80, 84 e 90 ore. La classica è quella delle 90 ore (la mia nel 2011), quella scelta dalla maggior parte dei randonneurs. Si prende il via la domenica sera tra le 17 e le 20 e questo permette alla maggior parte dei concorrenti di portarsi avanti sulla tabella di marcia pedalando la prima notte filata. Le vedette delle 80 ore partono prima di tutti, alle 16. Questo fa si che i ciclisti che vogliono fare il tempo hanno la strada spianata, e almeno fino a Brest non incontrano nessuno. Solitamente gli appartenenti a questo gruppo chiudono la prova in 50/60 ore. Poi ci sono quelli delle 84 ore, con partenza il lunedì mattina alle 05:00. Sei ore in meno sul tempo massimo ma una notte in meno in sella. Quest’ anno ho voluto rischiare e ho preso il via con il numero Y122 (88h il mio tempo finale nel 2011). Tanto per rendervi conto dei partecipanti ai vari gruppi, i ciclisti erano divisi tot. numero uguale in base alle lettere dell’ alfabeto (una specie di griglia da granfondo):

  • A, B, C le 80 ore;
  • X, Y, Z le 84 ore;
  • D, E, F, G, H, I, J, K, L, M, N, O, P, Q, R, S, T, U, V le 90 ore!

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Sicuramente è stata un’ esperienza molto più intima di quella del 2011. Una PBP completamente diversa, ma non peggiore della “classica”. A mente fredda mi sento di dire che l’ ho preferita (appena arrivato pensavo il contrario). Check-in e ritiro documenti praticamente deserto, così come tutti i controlli; mai una coda per mangiare e/o dormire. Ovviamente bisogna essere preparati a pedalare per lunghe tratte (se non tutta la rando) da soli a patto di non essere tra i “veloci” che in pratica fanno i primi 600km senza fermarsi raggiungendo il gruppo delle 90 ore già il secondo giorno.

Per me è stata un’ edizione fortunata, senza grossi intoppi o crisi mistiche. Frutto forse dell’ esperienza accumulata negli ultimi anni che mi ha consentito di gestire al meglio il tempo a disposizione. Mi ero preparato una tabella di marcia da seguire che mi ha aiutato molto a gestire “la gara” e che sono riuscito grosso modo a rispettare con alcune piccole limate solo alle ore da dedicare al sonno (dove ero stato parecchio generoso). La pioggia l’ ultimo giorno ha rischiato di rovinarmi un po’ la festa, ma per fortuna il meteo è migliorato prima di arrivare a Parigi.

Il primo giorno passa praticamente indolore. La partenza delle 05:15 mi costringe ad una bella levataccia dato che devo percorrere i 10km albergo-partenza in bici. Alle 04:00 sono già in strada, comunque fresco di lunga dormita. La differenza con le 90 ore si palpa subito, in giro non c’ è nessuno, attraversiamo una Saint Quentin en Yvelines ancora addormentata.

Per fortuna le sensazioni di gamba sono buone, ne approfitterò per “portarmi avanti” sulla tabella di marcia: niente di glorioso, o particolarmente eroico oggi, la testa è proiettata alla distanza da compiere, andrò al risparmio sfruttando il più possibile i piccoli gruppetti. Wheelsucking a nastro, in particolare ai danesi, davvero forti (tra l’ altro mi riaffiora alla mente un ricordo della LEL quando proprio tre di loro mi aiutarono ad arrivare alla fine della prima già difficile giornata), e a una coppia di inglesi su bici montate Tiagra con bel borsone Carradice che spingevano anche loro non male. Più visti, a dimostrazione della mia teoria sul peso della bici.

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Sulla strada verso il primo controllo cerco il punto dove nel 2011 mi ero fermato a dormire ma non lo trovo, di giorno i paesaggi hanno tutto un altro aspetto. Ovviamente per confermare il fatto che se lasci i parafanghi a casa pioverà tra Mortagne e Villaines prendo il primo temporale, nulla di che ma quanto basta a bagnarmi i piedi. Arrivo a Villaines la Juhel in 8h:35, ottimo tempo per 220km, sono ampiamente sopra la tabella. Mi concedo una pausa un pelo più lunga (avevo preventivato soste alternate di 15′ e 30′ ai controlli del giorno 1, poi le successive sempre di 30′) e riparto dopo un meritato pranzo. Nota positiva delle 84h è l’ assenza di code ai controlli, in più il fatto di conoscerli già mi ha aiutato a non sprecare tempo. 10′ minuti persi ad ogni controllo moltiplicato per 18 controlli può fare la differenza tra terminare la prova entro il tempo limite o no.

Il resto della giornata scorre regolare, ai controlli riesco sempre a mangiare di gusto e in modo vario, tranne a quello scelto per il riposo notturno. Li strategicamente decido di non sacrificare nemmeno un minuto al sonno, quindi no cena, no doccia (ahimè!) ma diretto al dormitorio. Potrebbe sembrare un errore saltare un pasto, ma ho scelto di darmi dei ritmi “normali” e a questa PBP ha funzionato. Poi la mattina presto sosta obbligata alla prima boulangerie aperta.

Il giorno 1 finisce a Quedillac, non un controllo vero e proprio, ma un ravitaillement. 389km è una buona distanza, posso ritenermi soddisfatto e mi concedo 4 ore di sonno in un bel dormitorio semi deserto, meglio di un 4 stelle, e poi costa solo 3€!

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La ripartenza non è mai facile. Soprattutto sapendo che mi aspetta una delle giornate più dure di tutta la randonnée. Oggi c’ è il giro di boa a Brest ma le colline bretoni non si lasceranno conquistare tanto facilmente.

Fa un freddo cane, 8° circa. Per fortuna che mi sono portato anche la maglia pesante! All’ interno di una panetteria (caffè e due croissant) incontro i primi ciclisti delle 90 ore, sono già fuori tempo massimo. Scambio due battute con una ragazza infreddolita che si ferma qua, poi mi giro e mi accorgo di un altro che si sta schiacciando un sonnellino nell’ angolo dietro la porta.

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Riparto insieme ad un tedesco in calzoncini corti, una bestia da 100kg che in pianura mena come Cancellara pur di scaldarsi. Lo lascio andare e mi godo un’ alba meravigliosa circondato dalla nebbia mattutina.

Più mi avvicino all’ Oceano e più randagi incontro, ma nel verso opposto al mio. Io seguo ancora le frecce per Brest, loro per Paris.

Sul Roc Trevezel mi fermo per la foto di rito in cima al colle (che un colle non è; da buon centocollista per un attimo mi è balenato per la testa di andare a farmi il Col de Tredudon li vicino ma ho subito cambiato idea quando ho visto che mancavano ancora più di 50km a Brest!). Tutto un’ altro clima rispetto al 2011, c’ è vento ma in compenso si ha una bella vista tutt’ intorno. Sulla lunga discesa incontro la maggior parte del gruppo delle 90 ore in senso inverso al mio, compreso Alex, mio compagno di squadra che corre con la fissa. Un po’ di problemi vari per lui ma ha la pellaccia dura e arriverà comunque al traguardo. Una volta passati tutti la strada torna semi-deserta, solo qualche sporadico incontro. Ma tanto per ribadire che il mondo rando è piccolo prima di Brest mi ritrovo con Justin Jones, ciclista di spicco del panorama Fixed (tra le altre cose una 1001 miglia in fissa) conosciuto durante l’ ultima tappa della PBP nel 2011. Condividiamo questi chilometri fino all’ Oceano e la sua caotica e poco attraente Brest che sembra non arrivare mai. Ci ri-incontreremo ancora fino a Parigi ma solo ai controlli e per una birra finale.

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Soliti 30′ di pausa e sono in strada, il Roc mi aspetta di nuovo. Come nel 2011 questo versante passa indolore, rimonto parecchi ciclisti prima di scollinare. Mi stupisco di quanta gente è ancora sulle strade per incoraggiarci; passo vicino a un uomo qui apposta per noi, applaude e mi dice il solito “Bon courage!”. Rifletto sulla passione del ciclismo, mia e di queste persone, e mi rendo conto che sto facendo qualcosa di grande nel mio piccolo mondo. Quasi mi commuovo, sarà la stanchezza?

Quando arrivo a Charaix (controllo numero 10 della mia tabella, km 698) sono le 22:00 passate: i viveri al self-service sono praticamente terminati, mi viene comunque offerta un’ ottima zuppa bollente di legumi che è quanto mi basta per andare avanti, di più comunque a quest’ ora non avrei preso. I piani erano di dormire a Loudéac, ma vista l’ ora decido di fermarmi al ravitaillement di St. Nicolas du Pelem, 46km prima. 3 ore di sonno intenso, peccato per la mancanza di coperte, ovviata su richiesta con fornitura doppia di lenzuolo. L’ ambiente era comunque caldo abbastanza. Prima di partire solito rito, bagno, pulizia, crema e vestizione, e alle 05:00 sono pronto per un’ altra giornata in sella. Piccola nota positiva, i risvegli notturni di questa PBP sono meno traumatici rispetto a quelli vissuti precedentemente su distanze di questo genere.

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La terza giornata viaggio praticamente da solo tutto il tempo, solo ai controlli incontro altri ciclisti: i segni della fatica e della privazione di sonno diventano una costante tra le facce incrociate. Io mi sento e mi vedo bene, e il fatto mi tira su il morale. E’ bello ritrovare nei luoghi attraversati i ricordi del 2011; un caffè preso in un determinato bar, una sosta fatta a bordo strada, un piccolo negozio, e vedere che poco o niente è cambiato. Una buona baguette presa in un determinato posto è una cosa che si scorda difficilmente. Tanto per ritornare in tema stanchezza, ad un certo punto in un paesino di campagna scorgo appoggiata ad un muro una bellissima Mercian da donna. Anche se sono restio a soste di questo tipo (time is miles) decido di farle una foto, ed in meno di un secondo mi trovo infilato in una situazione tanto surreale quanto tipica da PBP. Il proprietario della bici (e già rimango stupito, mi aspettavo una donna!), un gigante scandinavo che sembra uscito da un film di George Romero e che non parla una parola ne di inglese, ne di francese, se ne sta immobile all’ interno del giardino di una povera nonna spaventata a morte per la presenza dell’ intruso, con la vicina di casa che tenta in tutti i modi di spiegargli di uscire e che non può fare il suo pisolino nel verde prato da lui scelto (e per questo gli offre il divano di casa sua, bontà francese per i ciclisti della PBP ma pazza scatenata aggiungo io!). A questo punto provo a fare da intermediario con scarsi risultati, sono pur stanco anch’ io d’ altronde, e così alla fine mollo tutti nel loro brodo e me ne vado. Senza neanche la foto.

Prima che me ne accorga è sera di nuovo, e questo significa una sola cosa: ultima notte!

Poco prima delle 22:00 sono di nuovo a Villaines; avrei voluto dormire a Mortagne, 80km più avanti, ma partire adesso così stanco non mi alletta proprio. Penso non sarebbe neanche sicuro vista la stanchezza, una sosta sonno qui mi darà le forze per completare la prova. In dieci minuti sono a letto, tempo di chiudere gli occhi e mi addormento.

C’ è un momento nelle randonnée dove il divertimento passa in secondo piano e bisogna stringere i denti, il fattore mentale diventa predominante. Un punto in cui bisogna superare i propri limiti, andare oltre la propria zona di comfort conosciuta e prendersi qualche rischio, fa parte del gioco. L’ ultima notte in una prova di 1200km è spesso uno di questi momenti.

01:30, suona la sveglia. Inizia una lunga giornata. Ormai il gruppo è andato, il villaggio ha un che di desolante senza nessuno a fare il tifo a bordo strada. Mi allontano dalla sicurezza del centro cittadino infilandomi in quel tunnel buio, freddo e umido che è questa notte della Loira.

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“Courage cyclistes, Paris est à l’ horizon”. Mi viene in mente solo questa frase letta su uno striscione da qualche parte quando passo in fianco ad una pietra miliare illuminata: 177km ed è fatta, coraggio ciclisti, Parigi è all’ orizzonte. Poco dopo mi imbatto in uno pseudo controllo abusivo dove mi ero già fermato nel 2011, un piccolo supermarket aperto tutta notte. Bevo una tazza di caffè bollente e mangio qualche biscotto al cioccolato in compagnia di un giapponese (che si addormenta di fronte a me dopo aver ingurgitato una mega fetta di cocomero) e di una coppia di inglesi su un trike.

Durante queste lunghe, eterne notti, basta una piccola luce in lontananza di un altro ciclista a darti sicurezza; così, quando tra una collina e l’ altra mi accorgo che chi mi stava seguendo non si vede più, vado per la prima volta nel panico. Avrò sbagliato strada? Sarebbe tremendo, non ho nessuna voglia a questo punto di farmi chilometri extra. Tiro fuori il roadbook per la prima volta da quando sono partito e il gps del telefono mi conferma che sono sulla retta via. Poco dopo una freccia catarifrangente del percorso si illumina al mio passaggio togliendo ogni dubbio.

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Con l’ ultima alba di questo lungo viaggio arrivano le crisi di sonno, quelle vere, a chi non è riuscito a dormire abbastanza pur di spingersi fino a qua nel tempo limite. Siamo sul filo del rasoio per chi ha scelto le 90 ore e lungo la strada inizia a ripetersi lo scenario già vissuto 4 anni fa: la Parigi-Brest-Parigi adesso chiede il conto a chi non si è preparato a dovere, o ha gestito male la corsa, e lo chiede sotto forma di riposo. Il corpo non riesce più a stare al passo della mente e per correre al riparo i ciclisti sono costretti a fermarsi ovunque, anche nei posti meno consoni, come il ciglio della strada (ricordo che le randonnée si svolgono su strade aperte al traffico). Una macchina dell’ organizzazione fa la spola avanti e indietro per accertarsi della salute di queste lanterne rouge ed eventualmente decidere per loro il da farsi: il ritiro in questo caso non è un opzione. La situazione non è bella a vedersi, un lato poco piacevole della PBP. Ah già, mi sono scordato di dire che nel frattempo si è messo a piovere, e non poco. Quella pioggia che dopo pochi minuti ti ritrovi zuppo dalla testa ai piedi. Ma come disse una volta un amico, arrivato a questo punto dovrebbero spezzarmi entrambe le gambe per non farmi arrivare alla fine, quindi si continua.

Dreux, ultimo avamposto prima di potere mettere la parola fine a quest’ avventura. Faccio partire il cronometro per l’ ultima volta, mezz’ ora di pausa e poi via per il rush finale, non prima di una breve tappa al self-service. Un piatto di lasagne e una coca dovrebbero bastare a fornirmi le energie necessarie a coprire questi ultimi 60km.

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Esce il sole, è previsto un arrivo trionfale. I lunghi rettilinei nelle campagne dell’ ultima tappa me li ricordavo bene, ma oggi la gamba è diversa, tutta un’ altra storia. 50 fisso e giù a menare, senza accorgermene cavo di ruota il piccolo gruppo che si era formato. Ultimo ostacolo, quella stramaledetta collina con pendenze a doppia cifra nella foresta di Rambouillet che fa davvero male. In cima giusto il tempo di approfittare di una gentile persona che ha portato del plumcake fatto in casa e proseguo. Ormai è iniziato il conto alla rovescia; gli ultimi chilometri sono diversi, mi ricordavo una fila infinita di semafori per girare intorno a Saint Quentin en Yvelines, invece stavolta prendiamo una bella pista ciclabile. Un po’ meno spettacolare (meno persone ad applaudire) ma decisamente meno rognosa del traffico cittadino. Poi dietro una curva ecco la folla, gente ovunque che mi incita, il velodromo è in vista, passo sull’ ultimo tappetino magnetico per il rilevamento del tempo e vado a parcheggiare la bici. Ce l’ ho fatta anche questa volta! Mi faccio scattare una foto e poi vado a timbrare il cartellino, e parte il giro di telefonate.

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Paris-Brest-Paris 2015, kit-list

Dato che non ho avuto il tempo di farlo prima inizierò con la mia kit list per Parigi, ovvero cosa ho portato con me (e cosa ha funzionato) per affrontare i 1200km no-stop in autosufficienza (niente bagdrop) della prova francese.

Bici:

Mercian Rapha Continental.

Dopo varie tribolazioni e insicurezze per fortuna ha prevalso la ragione e così ho portato con me la bici in acciaio montata in versione classica, sella Brooks Swift titanium, ruote da rando con mozzo dinamo all’ anteriore, gruppo Shimano 105 e parafanghi. Una bici che ben figurava tra tutte quelle presenti al via. Purtroppo la sera prima della partenza ho smontato i parafanghi confidando nelle previsioni meteo (cosa che non farò mai più!): ovvio che ha piovuto e neanche poco, facendomi rimpiangere amaramente i miei SKS Raceblade Long rimasti in albergo.

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Borse:

Carradice Barley, c’ è stato tutto quello citato in questo articolo.

Il Bagman (supporto per borse posteriori) e la Caperoll previste inizialmente le ho lasciate in albergo: optando per una riduzione del bagaglio sempre per via delle ottime previsioni, non li ho montati. Nella Caperoll doveva andare il kit pioggia, ma avendolo ridotto al minimo indispensabile (giacca in Gore-Tex Paclite) la giacca l’ ho fissata arrotolata all’ esterno della Barley. Del Bagman invece me ne sono pentito, avrei preferito 500gr in più in corsa ma una maggiore stabilità e comodità di accesso della borsa. La borsa posteriore ha mantenuto le promesse di impermeabilità: nonostante non ci fossero i parafanghi non è entrata una goccia di acqua all’ interno e tengo a precisare che non le ho ancora ritrattate con la cera apposita.

Attrezzatura per le piccole riparazioni:

  • 2 camere d’ aria, levette, pezze e mastice, pompa al telaio;
  • pezza per riparare i copertoni della Park Tool autoadesiva;
  • smagliacatena e falsamaglia (grazie Matteo!);
  • multitool con chiavi a brugola più due misure extra a parte, 4 e 5;
  • tiraraggi e raggio di ricambio universale FiberFix;
  • guanti in lattice (non li ho usati in corsa perché non ho avuto nessun problema meccanico, ma mi sono risultati comodi quando ho smontato la bici per rimetterla nella sacca al mio ritorno verso l’ Italia in treno);
  • bussolotto sella di ricambio (alla partenza del raduno della Nazionale quasi mi restava in mano, da allora ne porto sempre uno con me nei giri più lunghi);
  • fascette da elettricista.

Abbigliamento:

  • maglia intima manica corta lana merinos, sempre indosso;
  • 2 paia di calzini lana merinos Rapha (uno di ricambio ma li ho anche indossati insieme nelle notti più fredde per avere maggiore termicità);
  • 2 paia di salopette Assos/Rapha, da cambiarsi al giro di boa di Brest;
  • maglia da bici manica corta in lana merinos leggera Rapha, sempre indosso;
  • maglia manica lunga da bici pesante in lana merinos Mercian;
  • manicotti in lana merinos Smartwool;
  • gambali lunghi Norain Sportful;
  • copriscarpe in neoprene Endura e copripantaloni pioggia Rainlegs (lasciati in albergo dopo previsioni meteo favorevoli. Sembrerebbe un errore con la pioggia trovata, ma mi ha fatto capire che sono due articoli che non mi servono se le temperature non vanno sotto ai 10°);
  • guanti in pelle corti Rapha;
  • guanti lunghi leggeri Sportful;
  • cappellino in cotone Rapha, ottimo per il sole, il sudore e anche la pioggia;
  • copricasco impermeabile (usato sia contro la pioggia che per il freddo);
  • bandana in cotone per il collo;
  • boxer in lana merinos Smartwool per i momenti di riposo notturno (mi aiutava psicologicamente mettermi una sorta di pigiama per dormire, anche se per poche ore, e così facendo permettevo alle parti intime di respirare un po’);
  • casco con luce frontale fissata;
  • gilet riflettente ufficiale PBP. Ho usato quello della versione 2011, praticamente uguale ma senza l’ anno, faceva molto figo far vedere che ero già un Ancien 😉

Extra:

  • documenti e soldi contanti (ai controlli si paga quasi sempre cash, sono partito con 250€, ne ho spesi circa 130 durante la corsa)
  • medicine (antidolorifici, antipiretici, antiinfiammatori). Nessuno utilizzato per fortuna;
  • spazzolino/dentifricio, per mantenere un minimo di igiene orale, molto importante per evitare la formazione di infiammazioni batteriche in bocca. Le afte possono essere un grosso fastidio da evitare;
  • piccolo sapone/asciugamano microfibra. Non utilizzati, non ho sentito la necessità di farmi la doccia dedicando così più tempo al riposo notturno;
  • fazzoletti/salviette detergenti. Queste ultime importantissime per mantenere pulita una zona già di per se molto soggetta a irritazioni;
  • crema sottosella;
  • burrocacao (viste scene di gente con labbra devastate all’ arrivo, l’ esperienza insegna);
  • tappi per le orecchie (inutile dire che sono fondamentali per un buon riposo notturno in una stanza piena di randonneurs che dormono e di altri che vanno e vengono. Altri preferiscono coprirsi anche gli occhi, spesso nei dormitori c’ è luce, ma io non ho questo problema);
  • cellulare abilitato per la navigazione (non avevo con me il gps e l’ ultima notte l’ app di Googlemaps ad un certo punto mi ha dato certezza assoluta che non mi fossi perso nelle campagne francesi) con una batteria esterna per una ricarica (il mio iphone mi è servito anche da macchina fotografica. Durante il giorno lo tenevo in modalità aereo per il risparmio energetico accendendo solo ai controlli);
  • due pacchetti di batterie per luci casco e posteriore (la prossima volta di sicuro cablo alla dinamo anche questa: dopo i primi acquazzoni del giorno 1 mi ha dato un po’ di problemi lasciandomi al buio più di una volta);
  • 5 barrette Clifbar, 8 gel Sponser e Clifbar, 3 buste di R2 Enervit per il recupero notturno. Ho mangiato tutto ovviamente e anche integrato con alcune barrette e gel comprate ai controlli. Perlopiù le utilizzavo durante la notte o la mattina presto.
  • 2 borracce da 0,5l l’ una. Viste le temperature non sono mai rimasto a secco di acqua, nel caso mi sarebbe bastato fermarmi ad uno dei tanti ristori improvvisati dalla gente per strada. Comunque pochissime fontane viste.

Mi sembra di avere messo tutto, penso di avere portato il minimo indispensabile, di sicuro c’ è chi viaggia più leggero di me, altri invece con più cose.  Io negli anni credo di avere trovato il giusto compromesso, questa volta in particolare ho usato tutto quello che avevo portato senza sentire la necessità di altro. Il tutto stivato in una borsa da 9l di capienza.

Prossimo post, com’ è andata la mia PBP.

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Raduno Nazionale Audax Italia, 300km ACP, Bologna, 20/21 Luglio 2015

C’ è un’ aria particolare al brevetto scelto dal calendario come raduno della Nazionale Randonneurs, aria di festa, un po’ come l’ ultimo giorno di scuola prima delle vacanze estive. Tutti vogliono essere presenti, inoltre ARI consegnerà la maglia (gratuita!) a tutti quelli che con i brevetti qualificativi se la sono guadagnata, motivo in più per non mancare.

Certo che “Nazionale” è un gran parolone; onore farne parte e sicuramente anche motivo di stimolo a non sfigurare in terra Francese. Per fortuna il brevetto si svolgerà per buona parte durante la notte (partenza ore 22), perché viste le temperature della settimana non so se sarei partito di giorno (era anche prevista una distanza da 200km con partenza la domenica mattina, qualcuno l’ avrà fatta ma di sicuro sarà stata più dura del 300!). Il chilometraggio, l’ orario e la data in calendario sono perfetti per fare un’ ultima rifinitura prima della Parigi-Brest-Parigi; ad un mese circa dall’ Olimpiade del Cicloturismo un lungo ci sta più che bene per testare la forma fisica e i materiali, in più si passa tutta una notte in sella, croce e delizia del pedalatore di lungo raggio e mia in particolare.

IMG_4243Ma questa notte ha un sapore diverso per me, non c’ è più quel senso di timore solito che mi accompagnava prima di una prova del genere, la paura ha ceduto il passo a un sano senso di riverenza verso quello che è il banco di prova del vero randonneur. Complice una compagnia perfetta formata da un piccolo gruppo di randagi DOC sono riuscito ad assaporarne il senso: si pedalava spesso in silenzio ed in fila indiana ad un’ andatura più che regolare, consentendo alla mente di vagare distante.

Dopo il primo controllo, dove ancora qualcuno ci chiede cosa stiamo facendo, cala il silenzio, arriva la notte vera. Ognuno prende il suo ritmo, capisco che da qui in avanti non ci si fermerà, se non per riempire le borracce.

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A Marrani non si arriva mai, poi quando ci siamo scopro che c’ è anche da valicare sul Passo di Carnevale. E’ uno scherzo? No. In cima albeggia ed è fresco, poi per effetto dell’ inversione termica a valle si gela. Ma c’ è il controllo con il suo bombolone caldo. Non ora però, perchè bisogna risalire per altri dieci chilometri. Il Valico del Paretaio ha rischiato di seppellirmi, se non fosse stato per il Prof (vecchia conoscenza randagia) sarei ancora li a dormire sui suoi tornanti.

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Dopo un passaggio stupendo a Castel del Rio sul Ponte degli Alidosi c’ è l’ ultima salita di giornata, quella di Sassoleone; il gruppo si è sparpagliato, ci penserà l’ ultima sosta a ricompattarci. Una bella piada al prosciutto (praticamente la colazione visto che sono le otto del mattino) e ci tuffiamo lungo la via Emilia. Sembra che qualcuno abbia acceso un foen da tanto l’ aria è calda. Alle 11:00 circa sono di nuovo a Bologna, giusto il tempo di provare a rinfrescarmi un attimo e dopo i saluti me ne torno a casa che la famiglia mi aspetta per un pomeriggio al lago 😉

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400km Castelfranco Emilia, si va a Parigi!

Mettere in tasca i due più grandi brevetti Audax di qualifica (600 e 400) in una sola settimana è stata dura ma rappresenta un bel traguardo personale. Calcolando le varie tribolazioni fisiche avute poi, il successo segna il fatto che la testa c’è e una piccola iniezione di autostima in vista della prova transalpina non può che farmi bene. Eh già, iscrizione fatta. Salvo cause di forza maggiore sarò al via per la mia seconda Parigi-Brest-Parigi.

Come dicevo completare 1000km un week-end dopo l’ altro non è stato facile, soprattutto a livello fisico. Il 600 di Rapolano Terme ha lasciato tracce nonostante non abbia toccato la bici nei giorni infrasettimanali intercorsi tra le due prove: al via del 400 di Castelfranco sentivo di non essere al 100%. Tutta la parte alta del corpo stanca e un fastidioso intorpidimento alle mani (che ancora non è passato, e siamo a Luglio) non facevano ben sperare. Per fortuna con un po’ di esperienza e soprattutto con la voglia di farcela è andato tutto bene, o quasi.

IMG_4080Partenza mattutina. Per un 400km insolita, ma a Castelfranco si poteva scegliere anche per un percorso da 600km, ecco il perché. Meglio comunque per me, tanto le partenze notturne le digerisco poco. E forse altrimenti non ce l ‘avrei fatta.

Dopo una giornata sulle strade emiliane che molti definiscono calda (non quelli che sono stati a Rapolano la settimana prima!) mi ritrovo con un problema mai avuto che rischia di compromettere la riuscita del brevetto. Sempre di sottosella si tratta, ma questa volta invece che avere male alle ossa ischiatiche (ho montato una sella più larga questa volta, la SMP Dynamic) ho un problema da sfregamento causato dai calzoncini nella zona inguinale. La cosa si fa seria a partire dai 200km circa, dopo il controllo di Mongardino ormai mi rendo conto di non riuscire più a forzare sui pedali stando seduto in sella. Mi si sta formando una piaga all’ interno della gamba e ogni colpo di pedale è una rasoiata.

A San Vito l’ accoglienza mi tira un po’ su il morale, spalmo un po’ di crema Assos e provo a stringere i denti. L’ obbiettivo ormai è raggiungere il controllo dei 300km in gruppo, poi deciderò il da farsi.

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Cala la sera, ogni strappetto che la strada propone è un piccolo calvario personale, ma i ragazzi mi aspettano e così nonostante tutto mantengo una buona media che mi consentirà di avere un buon margine di recupero giunto a Roncolo di Quattrocastella al controllo. Per fortuna davanti a una farmacia (chiusa) trovo un distributore di medicine 24/24 così mi fermo e compro dei cerotti imbevuti di disinfettante, saranno la mia salvezza.

Arriviamo all’ albergo Barabba (300km) alle 23:30 circa, saluto gli altri e senza pensarci due volte prendo una camera. Ho un ampio margine di tempo e se voglio arrivare alla fine devo concedere al mio corpo riposo da questo supplizio che mi infastidisce ormai da troppe ore. Sotto la doccia mi accorgo che la situazione è quasi peggio del previsto, la piaga è grande come una moneta da 2€ e spessa 1cm, piena di siero. Mi butto nel letto senza medicarla per farla respirare e mi addormento subito; dormirò 5 ore, lusso che raramente mi sono concesso in una rando. Al mio risveglio con piacevole sorpresa mi accorgo che è scoppiata da sola durante il sonno! Faccio la medicazione e dopo una breve colazione improvvisata alle 05:00 sono in strada con ancora otto ore di tempo per completare i 100km mancanti.

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Giungerò a Castelfranco in mattinata da solo, probabilmente tra gli ultimi del 400 ma incredibilmente fresco e riposato (ferita a parte che comunque va molto meglio). La strategia alla fine ha pagato.

Grazie a Carmine, Umberto e gli altri del nostro gruppetto del giorno 1 e anche agli organizzatori per aver piazzato quel controllo strategico presso un albergo, altrimenti dubito che avrei concluso la prova.

Una nota la devo fare ai tanti che ho visto tagliare il percorso prendendo la strada più breve che dal controllo dei 300 portava a Modena. Ne abbiamo visti parecchi la sera mentre arrivavamo e ne ho trovato un altro la mattina quando sono ripartito che mi ha detto testuali parole quando gli ho fatto notare che si andava a destra dal controllo e non a sinistra (usciva come me da una camera): “Sono sfinito, ho messo sul Garmin la strada più breve verso Modena e seguo quella”. Ci sta, se ti sei ritirato. Spero solo che tutte queste persone non abbiano ritenuto valida la loro prova e quindi non abbiano richiesto l’ omologazione perché loro la prova non l’ hanno completata! Anche se si trattasse di 5km in meno. E con questo finisco la polemica (e ne ho visti altri anche a Rapolano, della serie predicare bene e poi….)

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