Parigi, biciclette e altre considerazioni

“Ultimi preparativi”.

La PBP è lì, a meno di un mese, e la sua “presenza” inizia a pesare come un macigno. Il web freme, l’ olimpiade del cicloturismo è sulla bocca di tutti, basta dare un’ occhiata ai siti per capire quanto la maggior parte dei randagi la stia prendendo seriamente. Allenamenti, lunghe randonnée, pedalate notturne, test sui materiali e via dicendo. E io invece, sono pronto? Non lo so, come sempre. E’ senza dubbio l’ anno che ho pedalato meno: a parte i 4 brevetti qualificativi (200-300-400-600) i giri al di sopra dei 100km si contano sulla punta delle dita, e devo ammettere che la sola idea di stare in sella per superare 1200km senza sosta, al momento mi mette i brividi.

Poi c’ è il discorso bici e varianti che ne conseguono. Come assettare la Mercian per l’ evento? I puristi delle ultra distanze già potrebbero darmi del pazzo (e probabilmente a ragione) per il solo fatto di aver sconvolto la mia randonneuse giusto un mese prima della grande partenza. In effetti è una cosa che non si fa, anzi, bisognerebbe cercare di pedalare il più possibile nei giorni precedenti l’ evento con la bici nelle stesse condizioni della rando, proprio per avere tutto il tempo di apporre le eventuali modifiche. Sta di fatto che non so ancora come mi presenterò al via di Saint Quentin en Yvelines. La Gilles Berthoud che se ne sta chiusa in una scatola di cartone nel mio garage si meriterebbe un ingresso trionfale nel jet set delle randonnée, ma questo comporterebbe il montare il portapacchi, che va insieme ai parafanghi, che vanno insieme alla Brooks. Insomma, forse tanto male il classico non è (gruppo a parte che necessitava di sostituzione comunque). Un po’ a discapito del cronometro sulle salite, ma in fondo chi se ne frega, no?

E a proposito di salite, tra meno di due settimane c’ è la “Rand’ Arquata”, un bel 300 con partenza notturna, sarà un bel banco di prova per tirare le somme a due settimane dalla trasferta parigina.

Eva

“24 Maggio 2011”

Ci sono istanti nella vita che non si dimenticano, momenti in grado di cambiare il corso dell’ intera esistenza, giornate per le quali vale una vita intera.

Amore, dolore, sofferenza, passione. Emozioni con cui siamo abituati a convivere nel quotidiano senza conoscerne la piena forza, che si mostra solo in occasioni particolari, quando, nel bene e nel male, la vita ci mette di fronte al nostro destino. Il 24/05/2011 è stata una di quelle giornate. Valentina mi ha regalato la gioia più grande di tutta la mia vita, Eva. Non immaginavo che una donna potesse soffrire così tanto così come non immaginavo che un uomo potesse commuoversi così tanto, ma è successo ed ora sono diventato papà, non siamo più una coppia, siamo una famiglia, e non mi sono mai sentito così felice e leggero come in questo momento. Ed è meraviglioso.

E’ iniziata la prova più lunga, forse anche la più difficile, ma sono sicuro che sarà quella in grado di regalarmi una gioia infinita.

THE RAPHA FESTIVE 500

“500km in una settimana”

Sull’ onda del successo di Graeme Raeburn, product designer Rapha, che l’ anno scorso aveva percorso 1000km in una settimana durante le festività natalizie, l’ azienda londinese ha tirato fuori dal cilindro questa simpatica iniziativa. Il regolamento è semplice, una settimana di tempo, dal 23 al 30 dicembre 2010, per percorrere in sella alla propria bicicletta 500km.
Vige l’ autocertificazione stile randonnée con relativa pubblicazione in rete dei progressi svolti tramite gli appositi mezzi (per ulteriori dettagli leggere qui).
Chi, tra tutti i partecipanti, sarà in grado di trasmettere ai lettori qualcosa in più con il suo modo di interpretare questa sfida, sarà premiato con uno splendido Deep Winter Training Bundle, del valore di € 385.00. Infine, i primi 100 a completare i mitici 500km riceveranno lo stemma in tessuto creato apposta per l’ evento.
Insomma, ce ne staremo a casa a mangiare il panettone o usciremo allo scoperto ad affrontare i rigori dell’ inverno? A voi la scelta, io ci proverò, e calcolando che in quei giorni sarò di lavoro, la sfida nella sfida sarà quella di riuscire a trovare il tempo da passare in sella senza scontentare nessuno, famiglia compresa. Eliminando a priori 25 e 26 dove mi sarà quasi impossibile pedalare, restano cinque giorni, di cui quattro di lavoro! Ci sarà da divertirsi.
I progressi verranno documentati sul blog giorno per giorno a partire dal 23, quindi stay tuned!
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“500km in a week”

Following the success of Graeme Raeburn, product designer Rapha, on his last year 1000 Xmas Km, the london company pulled out of the magic cap this nice event. The rules are simple, one week, from 23 to 30 december 2010, to do 500km on your bike.
Applies the self-certification like randonnée with the publication via web of the progress done with the appropriate means (for more details go here).
Who among all partecipants will be able to communicate something more with his way to interpret this challenge will be rewarded with the great Deep Winter Training Bundle of the value of € 385.00. Last but not least, the first 100 partecipant to complete the legendary 500km they’ ll receive a limited edition woven badge.
In conclusion, we’ll be at home to eat panettone or we’ll come out to tackle the rigors of winter? The choice is yours, I’ ll try, and calculating that I’ ll at work in those days the challenge in the challenge will be to find time to spend in the saddle without take it off to the family. 25 and 26 are out of the question, I remain 5 days, 4 of which I work! It will be fun.


Progress will be documented on this blog from 12-23 so stay tuned!

CARRADICE CAPE ROLL

“Qualcosa in più del classico borsello sottosella”

La mia personale collezione Carradice si è allargata: la Cape Roll si è aggiunta alla famiglia già ben nutrita (Barley, Zipped Roll, Super C saddlepack) che in questo freddo e piovoso autunno riposa forse troppo su di una mensola in garage.
La Cape Roll è una piccola borsa da 2l di capienza da utilizzare come sottosella per le uscite di tutti i giorni, ma chiamarla borsa è forse sbagliato in quanto non è chiusa. Si tratta di un semplice rettangolo di cotton duck, un tipo di cotone molto resistente all’ usura e impermeabile, che si arrotola attorno a quello che si vuole chiudere al suo interno. Le finiture sono “rustiche”, tipiche del manufatto artigianale, senza però nulla togliere all’ idea di robustezza che si percepisce nell’ osservare la borsa: all’ interno è sempre presente sull’ etichetta la firma vera e propria della persona che l’ ha realizzata, un particolare piacevole nonchè unico.
Il tutto viene poi fissato saldamente con le tipiche cinghie in cuoio Carradice ai bag loop delle selle Brooks (in alternativa si potrebbe anche usare attaccata al manubrio): è possibile anche applicarla all’ esterno di altre borse come la Barley (già predisposta con appositi attacchi sulla patella superiore), creando così un upgrade di volume sfruttabile.
Due litri sembrano pochi, ma con questo sistema consentono di porre all’ interno parecchie cose, ad esempio ci stanno bene giacca e pantaloni in Gore-tex; le quattro tasche interne a mio avviso erano un po’ piccole così ho deciso di fare una modifica e con un semplice lavoro di scucitura le ho trasformate in due più capienti, perfette per due camere d’ aria o, volendo, una più un multi-tool.

Oggi era previsto un test su strada ma fuori in questo momento nevica, la prova è rimandata.

Originale, 4 tasche piccole

Una volta modificata, 2 tasche medie

INFERNO SPORTFUL

“Il piacere nella sofferenza”.Alle 5:40, mentre sto andando a ritirare il mio pacco gara, ricevo un messaggio:
“Viste le condizioni avverse sul Duran pioggia e forte vento e 2 gradi, l’ organizzazione dirotta tutti sul Medio dove le temperature sul Cereda sono di 6 gradi”.
Poteva essere l’ occasione sbagliata per ritrovare la motivazione perduta, ed invece essere lì in mezzo all’ acqua ed al freddo insieme ad altri 1000 granfondisti che del granfondista poco avevano, mi ha fatto ritrovare il senso di quello che faccio e del perchè lo faccio.
Griglie unificate, entro nel recinto e poco dopo lo speaker dà il via, si parte; ma come passo dalla linea di partenza mi rendo conto che il mio chip è rimasto nel furgone! Farò il ciclista fantasma, per me oggi niente classifica. L’ andatura non è troppo sostenuta, tengo il passo del gruppo mentre usciamo da Feltre sotto ad una pioggia battente. Qualcuno lungo la strada ci applaude e devo ammettere che fa piacere.
I primi chilometri sono tutti un mangia e bevi ma mi sembra di capire che quà dietro la gara non ci sia, l’ obbiettivo di tutti oggi è arrivare in fondo, sembra una rando e mi fa piacere. Dopo alcuni chilometri entriamo nella selvaggia Valle del Mis, davvero un peccato per il tempo che non rende giustizia a questo posto, adesso ci si mettono anche forti raffiche di vento a peggiorare la situazione; sono costretto a fermarmi per mettere un paio di guanti, per ora avevo fatto senza per allungarne un po’ la durata da asciutti, ma forse ho aspettato troppo e adesso non sento più le mani, ci vorranno quasi dieci minuti prima di infilarli e ripartire. Quando piove così forte anche una piccola sosta è un supplizio, la mente resta concentrata sul traguardo, lì vuoi arrivare perchè tutto finisca, e fermarti ti costringe a distogliere la mente razionalizzando un minimo sulla situazione attuale, tragica, e vorresti non vedere cosa succede, e tutto diventa più difficile.
Iniziano le salite, in cima alla Forcella Franche c’ è il primo ristoro ma non voglio fermarmi troppo, bevo un thè caldo e riparto. Poi tocca a Forcella Aurine, un simpatico personaggio mi informa prontamente che i primi sono passati da un’ ora e venti, grazie davvero, non sò come avrei fatto senza questa importante notizia…

Le discese durante queste giornate sono la parte peggiore (dandomi molto da pensare per un eventuale maltempo alla Super Randonnée dove si raggiungeranno quote vicine ai 2800mt e per di più di notte), per qualche oscura ragione oggi il Gore-Tex non fà il suo dovere e mi ritrovo del tutto fradicio. Sofferenza. Guardo il contachilometri, sono solo a metà. Giornata lunga, e fredda.
Di fronte a me la cima Coppi di giornata, il Passo Cereda, ma oggi in salita non ho problemi, ho una marcia in più rispetto a tutti quelli che mi stanno intorno, salgo in agilità senza fare fatica, per di più questo passo lo conosco ed il ricordo mi aiuta ad affrontarlo al meglio. Ma mi ricordo anche di una lunga discesa. E’ un momento difficile, il passo è battuto da un vento gelido, ci sono 4°, la priorità ora è scendere di quota, devo raggiungere il fondovalle il più in fretta possibile mantenendo un buon margine di sicurezza, e le mie doti da discesista mi aiutano in questo. A Imer c’ è un ristoro, mi fermo, sono tutto un tremito, tanto che per bere un bicchiere di thè caldo sono costretto a prenderlo con entrambe le mani altrimenti ne rovescio metà! Ma c’ è chi sta peggio di me, il tremens è un sintomo generale tra i presenti, ma c’è un ciclista al mio fianco in piena crisi, vestito estivo (ma come si fà?!) avvolto nel telo termico in stato confusionale viene scortato all’ interno di un bus messo a disposizione dall’ organizzazione per la raccolta cadaveri.
Cinque minuti e riparto, la strada continua in leggera discesa, mi attacco ad un trenino che viaggia ai 50km/h, poi iniziano i problemi, crampi. Mai avuti in vita mia, proprio oggi dovevano arrivare… Per via del freddo devo aver bevuto poco ed ora ne pago le conseguenze. Mi scolo la borraccia intera e provo a ripartire senza forzare troppo. Funziona.
Passo Croce D’ aune, ultimo scoglio poi è finita. La salita è la più dura di oggi, ma almeno mi scaldo. Faccio una piccola sosta per rifornirmi d’ acqua e poi procedo da solo fino in cima, ancora pioggia, nuvole basse e freddo, ma è fatta, giù in picchiata su Feltre, si entra nel centro storico, siamo in tre, pavè, scatta la bagarre, due curve ed ecco il muro degno del grande nord, spettacolare, uno dei due parte tipo Cancellara e fà il vuoto, per me non c’ è nulla da fare, passo sotto lo striscione, è finita.

SALIRE

Salita, l’ essenza del ciclismo.

Terreno di gioco per pochi eletti, campo di battaglia per i comuni mortali. Là dove si vive il dramma della sofferenza ma anche la gioia della conquista, yin e yang, equilibrio perfetto. Ci sono dei luoghi, o semplicemente dei nomi, che solo a pronunciarli viene la pelle d’ oca: Gavia, Izoard, Galibier, Stelvio, Ventoux, Tourmalet, Pordoi, e solo per citarne alcuni. Posti che richiamano alla mente grandi gesta, momenti di gioia e dolore vissuti in sella alla bicicletta da coloro che hanno osato sfidare questi giganti della natura, consapevoli che l’ uomo non vince sempre, pronti a rischiare il tutto per tutto pur di far parte della storia di quella montagna, di quella scalata. Si, la storia, perchè una volta conquistata, quella cima sarà nostra per sempre, nessuno potrà più levarcela, e più avremo combattuto e sofferto per averla, più il ricordo sarà inciso in maniera indissolubile nella nostra memoria.
Ma non c’ è bisogno di una grande montagna o di una salita da “Pro Tour” per provare emozioni forti, basta guardarsi intorno e spingersi oltre, oltre l’ immaginazione collettiva, oltre i classici percorsi d’ allenamento. Immergersi in meditazione in una serpentina d’ asfalto, la testa china , le braccia in tensione sul manubrio, ogni colpo di pedale scandito dal nostro respiro a cercare quel ritmo che ci fa sentire meno la fatica, il silenzio rotto solo dal sibilo del vento, nessuna auto, nessun ciclista, metro dopo metro, curva dopo curva, fino alla fine, la cima, il valico o più semplicemente il termine della strada. E lì, una volta usciti da quello stato di trance, poter godere di quel panorama, una vista superiore, osservare scorci che dal basso sarebbero impensabili, montagne che si svelano, luoghi inesplorati, tutto per noi, tutto qui e ora, tutto grazie ad una salita, tutto grazie a noi.

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2009 CONTINENTAL IN RETROSPECT from RAPHA on Vimeo.

Borse e bagagli

Parto per una rando…ma cosa mi porto? Tutto quello che serve (e dove infilarlo) per concludere una lunga pedalata.

La randonnée è uno dei tanti micromondi del ciclismo e come tale ha le sue regole: uno dei perni cardine attorno al quale ruotano queste manifestazioni è l’ autosufficienza, che può essere totale, oppure parziale se si ha a disposizione un mezzo di supporto che ci aspetta ad ogni controllo (dove permesso). Io faccio parte della prima fascia, nessun aiuto esterno, il che vuol dire che tutto quello che mi serve me lo devo portare dietro, stile alpino.
Regola numero uno, lo zaino è bandito. Qualche pazzo ancora si vede, ma sono davvero pochi, e soprattutto se commettono l’ errore una volta, non lo ripetono. I piccoli fastidi che un carico sulle spalle può provocare durante una breve pedalata, si amplificano all’ ennesima potenza quando le ore in sella si tramutano in giorni.
Quindi bisogna caricare tutto sulla bici, ma come?
Per quel che riguarda le borse, sul mercato ci sono svariate opzioni, ognuna con i suoi pro e contro; la prima scelta da fare riguarda il sistema di fissaggio alla bicicletta del bagaglio in questione.
Tre grandi famiglie:

  • portapacchi;
  • sistema Klickfix;
  • bag loop sotto la sella (stile Brooks).

Portapacchi.
In primo luogo bisogna scegliere se davanti o dietro. La scelta per un’ ottimale distribuzione del peso sarebbe per la ruota anteriore, per non andare a gravare oltre il retrotreno della bici sul quale viene scaricato già gran parte del nostro peso corporeo. Il problema è adattarlo alla bicicletta. Diciamo che è possibile solo a patto di avere una mezzo con forcella in acciaio (se poi è munita dei fori appositi tanto meglio, altrimenti si può montare con delle fascette universali), ma con la forca in carbonio la vedo dura. Ecco perchè qua da noi si vedono solo portapacchi posteriori, la maggior parte, di quelli che si attaccano al canotto reggisella (occhio al carbonio), non sopportano grandi carichi, in genere sugli 8/10kg, ma per una rando sono più che sufficienti.
In commercio ce ne sono di tutte le marche, c’ è solo l’ imbarazzo della scelta: Topeak va per la maggiore per quelli da attaccare al canotto reggisella, ma se si ha la fortuna di poterne mettere uno più tradizionale, io consiglio Nitto. Sono fatti in Giappone, ci sono modelli specifici per le randonnée, sono piccoli, ben fatti e leggeri.

L’ unico neo è che in Italia non si trovano, bisogna ordinarli su internet (ad esempio da Rivendell).
Ovvio che sul portapacchi ci puoi mettere tutto quello che vuoi e fissarlo come ti pare. Io ho scelto di appoggiarci una splendida borsa Gilles Berthoud: fatte tutte a mano, sono delle piccole opere d’ arte, o le ami o le odi, e diciamo che a livello di look non stanno bene su di una bici troppo moderna. Ho preso un modello da 10l, la “GB25”, e ci sta tutto quello che serve (in fondo i dettagli) per rando da 300/400km e forse anche 600.


Klickfix
.

E’ un sistema rivoluzionario che di fatto ha eliminato il portapacchi. Per il randagio con la bici race è il top. Sulla bici si monta un piccolo attacchino (leggero) che con un semplice pulsante consente lo sgancio della borsa; le ditte produttrici sono tante, ma il bello è che di solito, con una stessa marca è possibile montare borse di diverso volume utilizzando sempre lo stesso attacco.
Ci sono sia per il manubrio che per il tubo reggisella, e le borse di solito arrivano ad una capienza massima di 10l l’ una.
Tra le più note, Ortlieb, Vaude, Rixen&Kaul e la stessa Gilles Berthoud che in catalogo ha anche questi modelli più moderni.


Bag loop.

Il sistema che preferisco, l’ idea geniale delle selle Brooks.
Queste selle, che già di per se hanno una comodità senza eguali, ripeto, senza eguali, in più sono dotate nella parte posteriore di due piccoli anellini ai quali si possono attaccare delle borse con dei cinghietti di solito in cuoio o nylon. Grazie a questi piccoli loop che di fatto neanche si vedono, si elimina così la componente portapacchi, con un notevole risparmio di peso.
Le mie preferite sono le Carradice (e anche le più facili da procurarsi in rete); sono fatte bene, a mano (e su di ognuna c’è la firma della persona che l’ ha cucita!), in un cotone impermeabile molto resistente all’ usura, e sono molto capienti: ce ne sono di tutte le misure, fino a 24l (anche se per quelle più grandi è consigliato l’ utilizzo di un supporto, il Bagman, che si monta sempre sotto la sella).

Cosa mi porto?

Due i fattori da tenere in considerazione:

  • distanza della randonnée;
  • meteo previsto.

Tanto per ricordarlo, le distanze canoniche in una rando sono: 200, 300, 400, 600, 1000, 1200, a cui poi si aggiungono lunghezze particolari tipo la Londra-Edinburgo-Londra, 1400km o la 1001 Miglia Italia di 1600km.

200km
Poco di più di quello che si porta in un’ uscita classica domenicale, la pedalata durerà mediamente 8/9 ore, e se non piove si può pensare di farla anche senza borse (e così fanno tanti). Io di solito ne porto una piccola, da 2l di capienza giusto per non pedalare con le tasche piene, che posso montare sotto la sella o al manubrio con due cinghietti più lunghi: due camere d’ aria, pompa che funzioni (e non bombolette), pezze per riparare le forature (nel caso ce ne fossero più di due), un attrezzino multiuso con smagliacatena, qualche panino, gambali, manicotti e la giacca in Gore-Tex anche se non piove.
Road-book attaccato al manubrio con due legacci e due borracce d’ acqua.


300km

Qua si può fare tardi. Di solito si parte e si arriva al buio.
Se le previsioni sono buone basta la borsa piccola di prima, dove oltre a tutto il kit del 200, di solito aggiungo una maglia a manica lunga da indossare la mattina o la sera, il giubbino o le bande rifrangenti (peraltro obbligatorie) e una lampada frontale da fissare al casco (indispensabile).
Se piove o il meteo è incerto, ci vuole una borsa più grande, ne basta una, o davanti o dietro, almeno 7l di capienza: oltre a tutto quello già citato prima, metto un cambio completo di vestiti (maglia intima, calze, calzoncini e maglietta e se è freddo anche un’ altra maglia m/l). Qualche cibaria in più.


4
00km
Le cose si fanno serie, c’ è di mezzo una notte piena da fare in sella. La partenza di solito si fa la sera e si pedala subito con il buio.
Una borsa può ancora bastare, al materiale del 200 e del 300 va aggiunto il telo termico (preziosissimo nel caso di crisi di sonno improvvise da soddisfare sdraiati in qualche angolino all’ aria aperta), batterie di ricambio per le luci e magari qualche integratore tipo gel da consumare durante la notte quando magari non si ha fame ma bisogna mettere giù benzina lo stesso.

600km-1000km-1200km e più
Ho messo queste ultime tutte insieme perchè dal 600 in su io viaggio con lo stesso bagaglio; spesso su distanze così lunghe è previsto un servizio di bag-drop, viene cioè portata una nostra borsa con dentro quello che si vuole in un punto (o più) strategico del percorso, che di solito coincide con punti di controllo dove si può dormire e/o lavarsi. In questa sacca andrà un ricambio completo (intimo, calzoncini, maglia manica corta e lunga, calzini) da sostituire con quello sporco nelle borse sulla bici (che in questo caso diventano due, una davanti e una dietro), più qualche barretta.

Qua il discorso cambia, siamo in viaggio, con tutto quello che comporta. I giorni a giro possono diventare anche cinque, occorre avere tutto l’ occorrente per la sopravvivenza e per mantenere un minimo di decenza; spazzolino, dentifricio, sapone, un piccolo asciugamano in microfibra, crema solare, crema sottosella, delle salviettine umidificate per le parti intime e alcuni medicinali (antiinfiammatori, antistaminici e antipiretici).
Per quanto riguarda attrezzi e parti di ricambio ci sono pareri discordanti, da chi si porta appresso un’ officina (ho visto gente con un tubo reggisella in più!) a chi viaggia senza niente sperando nella buona sorte.
Io ho risolto così:

  • 4 camere d’ aria+set leve;
  • 1 copertone di ricambio;
  • pompa grande da telaio;
  • pezze per riparare le camere;
  • multitool con smagliacatena, brugole 4, 5, 6mm e chiavette 8, 9, 10mm;
  • pinza;
  • 2 cavi ricambio cambio-freni;
  • 4 raggi di ricambio, 2 mis. anteriore e 2 posteriore;
  • tiraraggi;
  • tape americano.

Vige la regola di controllare (o di far controllare) sempre bene la bicicletta prima di una grande randonnée, sarebbe un peccato dover rinunciare ad una prova preparata a lungo per colpa di un guasto meccanico.

Come abbigliamento oltre al solito ricambio completo (che ogni sera và lavato, almeno i calzoncini), se c’ è posto aggiungo una maglia pesante tecnica, anche non da bici, di solito un Powerstretch o simile; in caso di sosta notturna forzata all’ aperto può fare molto comodo. Poi c’ è tutto il kit pioggia (in cinque giorni non sai mai che tempo potrai trovare): giacca Gore-Tex con cappuccio staccabile, copripantaloni Gore-Tex, copriscarpe, calze e guanti impermeabili (Sealskinz), il tutto coadiuvato da un bel paio di parafanghi montati sulla bici.

Insomma, sembra un sacco di roba (e in effetti lo è!) ma ci sta tutto in due piccole borse, quelle borse che fanno tanto randagio e che quando le prepari e ti rendi conto che stai per partire, ti fanno sentire più leggero e libero, una sensazione che il randonneur conosce bene e fà si che il ciclo continui portandoci ogni anno ai nastri di partenza di questi viaggi unici, duri, ma che resteranno per sempre scolpiti nella nostra memoria.

La strada è vita
Jack Kerouac

Londra-Edinburgo-Londra 2009, l’ arrivo.

ANNO UNO, 12.848KM

Il mio 2009 in 10 momenti magici vissuti in sella:

1
-Luglio, la Londra-Edinburgo-Londra, un sogno diventato realtà;
2
-Maggio, 6ookm Sud Bayern, la mia prima grande randonnée e la sensazione che ce la potevo fare;
3
-Dicembre, Bocca di Tovo, il mio 200° colle;
4-Agosto, il Passo del San Gottardo dalla storica Via Tremola con i suoi bolognini;
5-Marzo, il 200km di Nerviano, 7 ore a tutta sotto l’ acqua;
6-Marzo, la randonnée di Cervia, il mio primo 300km, da solo e sotto la pioggia;
7-Agosto, il Passo Gavia, a coronamento di una meravigliosa settimana sempre oltre i 2000mt;
8-Luglio, il Morelli day, un ritiro che mi ha insegnato parecchio ma non mi ha abbattuto;
9-Luglio, il Passo Croce Domini, un percorso eroico con tanta strada sterrata;
10-Aprile, il 300km “Dalle Valli al Mare”, Cairo Montenotte, tanta, tanta, tanta pioggia.

Grazie a chi mi ha seguito sul blog e a quelli che hanno commentato e scritto e-mail, buon 2010 a tutti e buone pedalate! E come dicono i randagi: “Nè veloce, nè piano, ma lontano!”

Via della rampa, Padaro

Le bici questo fine settimana sono rimaste a riposare in garage. Veniva a trovarci un amico che vive a Londra assetato di roccia, quindi, insieme alla Vale, abbiamo deciso di portarlo a fare una via lunga. Dopo una breve ricerca, ho scelto la “via della rampa“, ennesimo itinerario aperto da Grill la scorsa primavera sulla parete di Padaro che non presenta difficoltà elevate.
Ore 8:40, Cris arriva, carichiamo tutta l’ attrezzatura sul furgone e ci mettiamo in movimento; dopo una piccola sosta per bere un buon espresso, arriviamo a Padaro. A bordo strada sono già tante le macchine degli alpinisti; il tam-tam delle belle vie di Grill si è sparso a macchia d’ olio, ed ogni domenica ci sono decine di scalatori pronti a cimentarsi con le sue opere.

Briefing materiale, corde, caschi, scarpette, rinvii, moschettoni, cordini vari, discensori e friends, c’ è tutto, si parte; in dieci minuti siamo all’ attacco della via, ma purtroppo non siamo i soli. Ci ha preceduto una coppia di tedeschi che si sta preparando a partire, toccherà aspettare un po’.
Quando la prima sosta si sta per liberare, parto. Il primo tiro non è per nulla banale, dopo una facile placca, bisogna superare un diedrino strapiombante spostandosi a destra con alcuni movimenti atletici che fanno ostiare un po’ la Vale; quando li recupero, in sosta stiamo strettini, è lo scotto da pagare ad andare in tre. Altri due tiri in alternata, poi per velocizzare i tempi sto davanti io fino a 3/4 della via. Dopo un traverso boschivo, c’ è il tiro più bello: inizia con un diedro appoggiato, si sale in spaccata ma le protezioni sono poche, solo alcuni spuntoni di roccia dove mettere dei cordini. Poi con un bel traverso in placca si raggiunge un aereo spigolo, incredibile, sembra di stare sospesi nel vuoto. Anche qua le protezioni non esagerano, devo prestare attenzione a non scivolare, mi sposto in placca e raggiungo la sosta. Recupero la Vale e Cris e ripartiamo per i tiri conclusivi, cedo il testimone al mio amico londinese che in breve ci porta in cima con altre quattro lunghezze di corda.

Non è ancora finita, bisogna scendere con delle doppie, traversiamo il bosco sulla cima fino a raggiungere gli ancoraggi di calata, che sono gli stessi per tante altre vie, e c’ è la coda! Aspettiamo il nostro turno e ci buttiamo nella discesa, cercando sempre di prestare la massima attenzione per non fare errori che in un caso come questo potrebbero avere conseguenze fatali.
Verso le 16:00 posiamo finalmente i piedi di nuovo a terra, è tempo di una bella birra!

Dintorni, appunto.

Per la prima volta dopo tanti mesi in sella e tanti metri d’ asfalto consumati a pedalare, questo week-end ho staccato. Primo fine settimana serio dopo una stagione di lavoro (che mi concede solo la domenica libera) avevo programmato un bel giro in bici da solo per lunedì.
Domenica che si fa? Semplice, si torna un po’ indietro nel tempo (ma neanche troppo, dato che nelle ultime settimane avevo già ripreso un pochino), si rovista in garage, si prendono corde, imbraghi, caschi, scarpette, rinvii e moschettoni e si va a scalare!
Così io e la Vale siamo andati a farci una bella via di più tiri alla parete di S. Paolo, vicino a casa nostra, e più precisamente la via Helena. Si tratta di una falesia di roccia alta circa 200mt esposta ad est, dove sono state tracciate parecchie vie di stampo classico e sportivo. Per chi non frequenta questo mondo, la sostanziale differenza percepibile dallo scalatore che le affronta, sta nelle protezioni che si trovano in parete al momento di una ripetizione: mentre in una via sportiva ci sono dei bei fix da 10mm piantati con il trapano a prova di bomba, su una via di stampo alpinistico troveremo chiodi da roccia piantati a mano e cordini vari, da integrare volendo con protezioni veloci tipo nut e friend (qui un corso accellerato per l’ utilizzo dei nuts).
La via che abbiamo scelto fa parte delle miste, ovvero protezioni distanziate e vecchio stile dove il terreno è facile, protezioni a fix dove il gioco si fa duro e, cosa molto importante, alle soste.

Dopo una falsa partenza mattiniera dovuta ad un sovraffollamento della parete (è incredibile come sia numeroso il micromondo degli scalatori) e della nostra via in particolare, siamo tornati nel pomeriggio e siamo riusciti a farla in tutta tranquillità, senza nessuno nè sopra, nè sotto, solo noi, la parete e le nostre ancestrali paure del vuoto! Eh si, perchè scalare non è come andare in bicicletta che non si disimpara mai! Qua entrano in gioco due componenti fondamentali: la testa e il feeling con la roccia, e quando passa molto tempo tra una scalata e l’ altra son dolori!
Comunque siamo arrivati in cima in maniera più che dignitosa dopo circa tre ore. Tre ore di sudore, fatica, esposizione, vento, sole, vuoto, scalata, mal di piedi, magnesio, polpastrelli che bruciano, corde da recuperare, braccia a pezzi, gambe a pezzi, “molla tutto!”, “vieni!”, fino a quando tutti e due non abbiamo messo i piedi sulla cima e come ogni bravo compagno di cordata che si rispetti ci siamo dati il cinque, a sigillo della nostra piccola avventura.

Lunedì poi, la storia si è ripetuta, cambiando solo il compagno di cordata. Con Francesco abbiamo ripetuto la via di fianco, Persephone.
Due giorni, tanta roccia e niente asfalto, ma la voglia è già tornata, oggi si pedala!